Il Tirreno

Lucca

La storia a lieto fine di Tessy e Osagi Insieme dopo 2 mesi

di Nadia Davini
La storia a lieto fine di Tessy e Osagi Insieme dopo 2 mesi

I due profughi nigeriani ottengono il ricongiungimento «Ora sappiamo cosa è la felicità, ringraziamo tutti»

4 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Una data che non si cancella, quella di ieri. Per tanti, la maggior parte, verrà ricordato come il giorno in cui Papa Francesco ha fatto visita in Toscana. Per Osagie, invece, resterà per sempre come il martedì di novembre che l'ha riportato a vivere.

Vita nuova, come l'ha definita lui, che dalla fine di agosto era stato separato dalla moglie e dalla piccola Elizabeth, la sua bambina di sette mesi: divisi a Lampedusa appena scesi dal barcone, lui mandato a Lucca, nel centro della Croce Rossa, e lei a Bologna. Vita nuova insieme a Tessy, la sua principessa, come la chiama quando parlano tra di loro.

Da ieri di nuovo insieme, una casa nella campagna bolognese, nel comune di San Giovanni in Persiceto, accolti dal centro per nuclei familiari gestito dall'associazione Mondo Donna di Bologna, insieme ad altre tre famiglie, per un totale di otto richiedenti asilo e due neonati. Il ricongiungimento è stato autorizzato dalla Prefettura di Lucca in accordo con quella di Bologna, dopo che la loro storia era stata raccolta e raccontata anche sulle pagine de “Il Tirreno”, riuscendo così a smuovere le acque e ad accelerare i tempi.

Un cammino che Osagie e Tessy hanno cominciato a Benin-City, in Nigeria quasi un anno fa: i due ragazzi, lui 31 anni e lei 28, sono fuggiti lo scorso gennaio, perché nel proprio paese non avrebbero potuto costruire un futuro sereno. La famiglia di Tessy è musulmana e ha ripudiato la figlia, minacciandola di morte, dal giorno in cui ha deciso di sposare un ragazzo cristiano. Subito dopo sono cominciate le persecuzioni, così la fuga in Marocco, dove a marzo è nata Elizabeth, poi la Libia, le botte, gli spari, le violenze di ogni tipo, infine Zuara, il porto a pochi chilometri da Tripoli, un barcone della speranza e Lampedusa. «In Nigeria la vita non è facile – spiega Osagie –. Non ci sono soldi, chi è ricco porta avanti solo i propri interessi, mentre la maggior parte della popolazione muore di fame. Ci sono problemi etnici, religiosi, ma soprattutto economici e politici. Per questo siamo scappati, per dare un futuro migliore a nostra figlia».

C'era aria di festa ieri pomeriggio al campo di via delle Tagliate. Osagie camminava quasi saltellando, non poteva crederci. «È vero che oggi parto? È vero che torno da mia moglie?», continuava a chiedere a chiunque incontrasse. La risposta affermativa, sognata dal primo giorno a Lucca, lo stordiva, lasciandolo senza parole e regalandogli un sorriso che gli occupava tutta la faccia. Restava solo la forza di un “God bless you, Che Dio ti benedica”, urlato a piena voce e accompagnato dagli applausi degli altri compagni di tenda, perché – dicono - «Osagie è uno di noi e lui ce l'ha fatta». Il simbolo di una speranza che prima o poi si realizza, di un ritorno alla normalità che a fatica può essere riconquistato. Ecco perché ieri al campo la gioia non si conteneva tanto era forte, piena di un significato che andava oltre il semplice essere felici per un proprio amico. Era come se quella storia a lieto fine avesse improvvisamente assunto le forme un momento liberatorio per tutti gli 85 migranti attualmente presenti in via delle Tagliate: ognuno di loro, infatti, ha voluto salutare Osagie a proprio modo. Chi con un abbraccio, chi sollevandolo da terra, chi con una foto di gruppo, o con un brindisi di arrivederci che ha preso avvio, tra canti e balli, nella tenda blu dove Osagie dormiva insieme ad altri sette compagni, proseguendo fino al centro del campo, dove Maurizio, un volontario del centro, e la macchina targata Croce Rossa lo stavano aspettando per portarlo a Bologna. Là, l'altra metà del suo cuore, la famiglia che ha cercato per tutti questi mesi, il nome che più volte ha pronunciato nelle settimane scorse: Tessy. Che quando l'ha visto, con le borse e i sacchetti tipici di chi è venuto per restare, le si è gettata al collo, sciogliendosi in un pianto pieno di amore. «Non avremmo mai voluto essere divisi – hanno raccontato, tenendosi per mano –. È stata molto dura, abbiamo avuto paura e non sempre abbiamo capito cosa stesse succedendo. Ora però ci sentiamo solo di ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato. Grazie, solo questo...e ve lo diciamo in italiano, perché vogliamo che diventi la nostra prima lingua».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

L'approfondimento
Bolkestein

Spiagge, indennizzi: così verranno risarciti i balneari che perdono le aste – Come si calcola il valore da rimborsare

di Matteo Tuccini