Il Tirreno

Lucca

Dalla Colombia Manolo ora spera nel rimpatrio

di Federica Scintu
Dalla Colombia Manolo ora spera nel rimpatrio

Sviluppi nel caso del lucchese condannato a 21 anni per traffico di droga. Il difensore presenterà la richiesta di estradizione al ministero della giustizia

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LUCCA. È appesa a una richiesta di estradizione per motivi umanitari la sorte di Manolo Pieroni, il trentaquattrenne di Segromigno in Monte arrestato l’8 luglio di quattro anni fa all’aeroporto di Cali, in Colombia: all’interno di un suo borsone durante il controllo bagagli vennero trovati sette chilogrammi di cocaina avvolti nel cellophane.

Da qui sono iniziate le sue battaglie giudiziarie durante le quali Manolo Pieroni si è sempre dichiarato innocente: poi la doccia fredda della condanna definitiva a 21 anni e 4 mesi di reclusione per traffico internazionale, produzione e commercio di sostanze stupefacenti.

Pieroni, che in questi anni ha fatto la spola tra il carcere di Villa Las Palmas e quello di Buga, ha già avanzato una richiesta di estradizione ma a rendere ancora più complicata la sua situazione è la mancanza di un accordo bilaterale tra la Colombia e l’Italia.

«Manolo Pieroni non chiede di tornare in Italia per avere sconti di pena - spiega l’avvocato difensore Rolando Rossi - ma solo di tornare in Toscana per riuscire a stare vicino al padre che è gravemente malato. Lui in tutto questo tempo non ha più visto i familiari. Inoltrerò quindi sulla base di motivi di umanitari la richiesta rimpatrio al ministero della Giustizia e alla procura generale di Roma come prevede la prassi e spero che venga accolta».

Manolo Pieroni inoltre è imputato anche in un altro processo per droga di fronte al tribunale di Lucca.

«Farò richiesta che possa essere presente al processo il 22 dicembre - spiega l’avvocato Rossi - nel caso non gli venisse concesso l’udienza sarà rinviata e a quel punto dovrò presentare la richiesta perché possa prendere parte al processo in videoconferenza».

Per la vicenda di Manolo Pieroni si sono mobilitati in tanti, a cominciare dai familiari e della fidanzata, Solange Del Carlo (che in questi anni è sempre andata a trovarlo in carcere in Colombia) che da anni si battono affinché Manolo faccia ritorno in Italia.

Ma i loro appelli alla Farnesina e al consolato italiano finora non sono riusciti a sbloccare la situazione.

«Non sono casi semplici - spiega ancora l’avvocato Rossi - me ne sono occupato già altre volte e di solito, anche quando ci sono gli accordi bilaterali ci vogliono un paio d’anni prima di ottenere in rimpatrio».

Secondo quanto sostiene il trentaquattrenne lucchese, mentre lui aspettava di prendere l’aereo che dalla Colombia l’avrebbe portato a Madrid e poi a Pisa, qualcuno avrebbe messo, senza che lui se ne accorgesse, sette chili di cocaina all’interno del suo borsone.

«Lui ha raccontato di essere stato usato come “mula involontaria” - spiega ancora l’avvocato difensore - i narcotrafficanti gli avrebbero nascosto nel borsone sette chili di cocaina per poi fare una soffiata ai doganieri. Un sistema che garantisce ai narcotrafficati il passaggio praticamente indisturbato di carichi di droga molto più consistenti verso l’Europa. Ma questa versione non ha retto durante il processo in Colombia tanto che Manolo è stato condannato a 21 anni e 4 mesi di carcere. Se il ministero di giustizia e la procura generale si opporranno alla richiesta di rimpatrio per motivi umanitari bisognerà rivolgersi alla corte di Strasburgo».

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