Il Tirreno

Lucca

I visionari nella città della borghesia

di FLAVIA PICCINNI
I visionari nella città della borghesia

L’avventura cominciata nel 1966 e gli eccessi tipicamente “italici”

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Batman mi ha attraversato la strada ieri mattina, all’alba. Era alto due metri, leggermente sovrappeso, aveva un mantello che gli arrivava alle caviglie e che svolazzava appena in questo primo freddo autunnale. Con lunghi passi ha calpestato perfettamente le strisce, e poi si è girato verso di me, il viso metà di carne e metà di plastica. Ha fatto un sorriso strano, di chi sa di essere un apparizione e un mistero; poi si è avvolto nel mantello ed è scomparso verso la piazza, oltre i vicoli e la chiesa. All’inizio ho pensato: «Sto sognando». Poi mi sono ricordata che no, questo non è un sogno, ma sono i Lucca Comics&Games. Il sogno di principesse, draghi e pokemon. Il sogno di nerd orgogliosi di essere tali, di bambini che finalmente hanno l’occasione di vedere i personaggi preferiti in carne ed ossa, di genitori che un tempo – spesso molto lontano, a guardare dall’età media degli over trenta – leggevano fumetti chiusi a chiave in camera, fingendo di avere a che fare con romanzi russi o francesi per non attirare le ire materne.

Siamo a Lucca Comics&Games il sogno, più di tutti, di un pugno di appassionati che nel 1966 decisero di portare a Lucca il “Salone Internazionale dei Comics” che l’anno prima si era svolta in quel paese di mare, prossimo alla Francia, che è Bordighera. All’epoca, questo sogno doveva sembrare folle e controcorrente: un festival che esponesse il meglio della produzione fumettistica internazionale, in una città di provincia, e in più borghese doveva sembrare una bestemmia. Eppure lo sparuto gruppo tenne duro, la mostra piaceva tanto che si sarebbe potuto introdurre un biglietto (cosa che poi effettivamente venne fatta nel 1990), e c’era anche modo di aggiungere una fiera mercato. E così, quando negli anni Novanta alla fiera si cominciò acquistare, si accese la miccia: il diamante grezzo, l’intuizione geniale di pochi che avevano creduto nel mondo del fumetto, si trasformò in un boom di partecipazioni. Nessuno poteva più negare che Lucca, la Lucca delle mura e di Puccini, era diventata anche la Lucca dei Comics e presto sarebbe diventata anche quella dei Games, con l’amata mascotte Grog, ideata dall’essenza stessa della manifestazione, Renato Genovese.

Nessuno, insomma, già vent’anni fa poteva ormai negare che quel centro borghese fino al midollo sarebbe con probabilità diventata la patria ideale dei cosplayer di tutto il mondo, e che proprio fra i palazzi seicenteschi e settecenteschi, gli androni e le vie di sampietrini, i campanili bianchissimi e le mura cinquecentesche, si sarebbe data origine a una festa lunga quattro giorni in onore del dio del fumetto e del gioco di ruolo.

Si arriva, naturalmente, a estremi esclusivamente italici: c’è chi affitta il bagno (costo un euro), c’è chi affitta il fondo del proprio negozio per vendere pupazzi o ciabatte dalla forma di Minions nei giorni del. la fiera, c’è anche chi sbaracca autonomamente il proprio negozietto d’abbigliamento e armato di spirito commerciale si mette in proprio per vendere portachiavi, magliette e cose da collezione. C’è soprattutto chi vende panini e pizze. Sfido chiunque a non trovare anche il più sfortunato fondo in centro storico con un minimo di visibilità che non sia stato trasformato in un temporary bar. In fondo, il “flusso” deve mangiare e bere. Dunque ben vengano panini con porchetta (da 3 euro), panini al salame (da 2.50 euro), cartoccetti di fritti (da 4.50 euro); insomma street food economico, rapido e accessibilissimo. Fortuna che a vegliare ci siano i Nas. Anche perché sembra piovere cibo su Lucca. Un esempio? Il motorino che ieri, all’ora di pranzo, faceva la spola da fuori porta Santa Maria portando ceste cariche di pizze e una cassetta di cartone sul retro zeppa di panini farciti. Va da sé, che il lucchese commerciante benedice Lucca Comics&Games come un miracolo. Esattamente come il lucchese residente lo detesti più di ogni altra cosa a causa dei parcheggi selvaggi, delle strade impraticabili, della folla che pare essersi trasferita in massa da Expo. Eppure l’organizzazione 2015, che ha puntato a “spalmare” i padiglioni per il centro storico ha certamente aiutato a diluire la folla. La morale della favola? Aiutare gli spazi – i festival, le iniziative, i pensieri, i personaggi – “di nicchia”. Perché sono le nicchie appunto, e non le masse, che faranno la fortuna della nostra città.

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