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Lucca

«Non vogliamo crearvi problemi»

«Non vogliamo crearvi problemi»

La lettera aperta degli afghani ospitati a Colognora: «Ci avete dato tutto, siete brave persone»

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LUCCA. «Siamo Aziz (grande), Anwar, Shahmahmmod, Zabi, Aziz (piccolo), Ibrahim e Rahman. Siamo 7 ragazzi dell’Afghanistan, siamo arrivati in Italia lo scorso giugno e da circa due mesi siamo ospitati nella canonica della vostra parrocchia».

Inizia in questo modo la lettera che i sette ragazzi afghani richiedenti asilo hanno scritto agli abitanti di Colognora di Compito, paese in cui vivono seguiti dalla cooperativa “Odissea”, per presentarsi alla comunità e rispondere alle critiche che qualcuno della frazione, per bocca del responsabile provinciale della Lega Nord, aveva sollevato sul loro conto nelle settimane scorse. Così, sentendo tutte quelle parole che li vedevano protagonisti senza essere mai stati interpellati, i ragazzi hanno preso carta e penna e hanno cominciato a scrivere.

Ne è uscita una lettera aperta: a tradurla ci hanno pensato i mediatori culturali, mentre don Silvio, il parroco di Colognora, la cui canonica è diventata la casa dei migranti, ha portato quel foglio scritto a mano fin dentro la chiesa, nel giorno della messa, e l'ha fatto leggere ad alta voce davanti a tutti. Peccato che a mancare fosse proprio chi nei giorni scorsi aveva speso tempo e parole per attirare l'attenzione di chi doveva ascoltare, ma che domenica scorsa non ha voluto dedicare lo stesso tempo per ascoltare chi aveva da dire qualcosa a riguardo.

«Vi scriviamo oggi questa lettera perché prima di tutto vorremmo ringraziarvi per l’ospitalità dimostrata – si legge - Ci avete dato tutto, una casa e del cibo, ci permettete di stare qua e non possiamo che esserne felici. Ci piace l’Italia, voi italiani siete brave persone e ci piace la democrazia. Nel nostro paese purtroppo non c’è. Ai talebani non piace la libertà e per questo non ci permettevano di studiare o di lavorare nel governo, avrebbero voluto tenerci chiusi in casa ed eravamo in pericolo solo perché ci siamo rifiutati di unirci a loro. Tutti noi abbiamo avuto problemi con i talebani e alcuni di noi ne portano ancora le cicatrici sulla pelle. Qualcuno ancora ha paura di essere trovato». Raccontano del viaggio, della fatica e della sofferenza fisica, oltre che morale.

«Siamo partiti a piedi o sui camion – continuano - Abbiamo attraversato l’Iran, la Turchia, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria e finalmente, dopo un mese per alcuni o 7 mesi per altri, siamo arrivati in Italia. Ci siamo messi in viaggio senza cibo né acqua, a volte non avevamo le forze per camminare. Non siamo animali, siamo ragazzi come voi solo che proveniamo da un paese diverso. Alcuni di noi avevano una casa e un buon lavoro, ma se la vita fosse stata bella in Afghanistan non saremmo venuti da voi. Abbiamo lasciato le nostre mogli e figli, i genitori… quando per strada incontriamo alcuni di voi ci sembra di vedere di nuovo il nostro papà e la nostra mamma». «Vogliamo essere vostri amici, non vogliamo farvi passare brutti momenti. Li abbiamo avuti in Afghanistan, perciò non ne vogliamo creare qua a voi. Ci teniamo a farvi sapere che siamo disponibili a parlare con voi o addirittura a renderci utili per qualche lavoretto in paese».

Nadia Davini

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