Sicurezza
De Chirico protagonista dell’inverno al Lu.C.C.A.
Il museo diretto da Maurizio Vanni propone a partire dal 17 ottobre la mostra sul grande maestro del Novecento e sugli “Italiani di Parigi”
LUCCA. Appena il tempo di smontare le immagini di un grande della fotografia come Elliott Erwitt e al Lu.C.C.A di via della Fratta arrivano altri mostri sacri dell'arte. Dal 17 ottobre fino al 14 febbraio l'esposizione del centro d'arte contemporanea sarà dedicata, infatti, a Giorgio De Chirico, Alberto Savinio – pseudonimo di Andrea De Chirico e fratello di Giorgio - e agli altri “Italiens de Paris”. Sette pittori – con i De Chirico c'erano Massimo Campigli, Filippo De Pisis, René Paresce, Gino Severini e Mario Tozzi - che dal 1928 al 1933 nella capitale francese diedero vita a un gruppo considerato da molti critici come una vera e propria corrente artistica, alla pari del Futurismo e del Surrealismo. Difficile, tuttavia, racchiudere in un'unica definizione gli “italiani di Parigi”.
«Il loro gruppo – dice Maurizio Vanni, direttore del Lu.C.C.A e curatore della mostra insieme con Stefano Cecchetto – era complesso , ri-evoluzionario e dalla doppia anima. Più vicino allo spirito surrealista con i fratelli De Chirico, più realismo magico con Tozzi, Campigli e Paresce. Ma tutti erano pronti a riscrivere la storia dell'arte contemporanea ripartendo da ottiche inconsuete, legate in modo soggettivo a un trascorso mai del tutto dimenticato, e a riaffermare gli elementi rinascimentali che avrebbero dovuto rilanciare l'arte italiana a Parigi. Furono espressione di un senso di egocentrico patriottismo che non si vedrà mai più nell'arte italiana». Il loro incontro non fu casuale. Negli anni Venti la capitale francese rappresentava per gli artisti una meta di pellegrinaggio da ogni parte del mondo, oltreché luogo di incontri e scontri. Di volta in volta si unirono al gruppo dei sette i colleghi italiani, francesi o di altre nazionalità che condividevano le loro scelte artistiche, anche in omaggio all'illustre personaggio che aveva lasciato proprio a Parigi tracce indimenticabili: Amedeo Modigliani.
«E nessuno dei sette, pur con le loro differenze sul piano delle idee, dei propositi artistici e degli esiti estetici, tradì mai il sodalizio – conclude Vanni -: una specie di contratto non scritto che, senza vincolare la libertà espressiva di ciascuno, cercava di riaffermare l'importanza dell'arte visiva italiana del qui e ora, e il desiderio di rimanere ancorati sui valori unici di un passato che non poteva essere cancellato dalle velleità e dalle rivoluzioni percettive delle Avanguardie Storiche».
Paola Taddeucci
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