Il Tirreno

Lucca

Lo “scandalo” dei migranti e l’anima della città

di Luca Cinotti

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LUCCA. Lucca è la città delle cento chiese, la città dell'accoglienza, la città che si fregia del titolo di capitale del volontariato. Ma ora si scopre, alla vigilia della festa più "religiosa", anche la città che almeno in una fetta della sua popolazione grida al sacrilegio perché un gruppo di migranti sfilerà nella processione di Santa Croce. Decisione presa (e rivendicata) dalla diocesi e dall'arcivescovo Italo Castellani, con l'accordo del Comune. Non dovrebbe sorprendere: da settimane, da mesi, la diocesi è in prima fila nell'accoglienza dei profughi, anche attraverso la Caritas.

Tutto scontato, tutto normale, dunque? No, perché si contesta il fatto i migranti parteciperanno non "mischiati" alle associazioni di volontariato, ma avranno una sezione apposita. Tradotto: possono sfilare, ma è bene che non si vedano troppo. Come un familiare del quale ci si vergogna, e allora quando ci sono ospiti deve rimanere chiuso in camera. Qualcosa che stride con l'anima profonda della città e della sua tradizione cristiana. Un'anima che non è rimasto concetto filosofico, ma che si è incarnata in tanti esempi. Come fratel Arturo Paoli, morto esattamente due mesi fa, che ha dedicato la vita agli ultimi e che in tanti, tantissimi, hanno ricordato con messaggi accorati e pieni di partecipazione alla sua attività missionaria. E chissà, magari fra questi che a luglio si spellavano le mani per il “l'ultimo profeta” c'è anche chi oggi storce il naso di fronte a un gruppo di migranti in processione, in barba alla alla coerenza. Oltre a fratel Arturo si possono ricordare figure come monsignor Sirio Valoriani, indimenticato parroco di San Paolino a lungo in Brasile. Oppure don Bruno Frediani, che attraverso il Ceis ha dato una speranza ad altri “ultimi”, quelli che si sono persi nel tunnel della droga, oppure alle donne maltrattate.

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La processione e la politica si sono intrecciate molte volte. In un percorso che ha attraversato destra e sinistra. Oggi è Forza Italia che si smarca dalla decisione del Comune, annunciando che i suoi due consiglieri saranno in processione come privati cittadini e non come rappresentanti dell'istituzione. Una scelta discutibile. Anzi, una scelta pilatesca che sembra costruita ad arte per raccattare qualche consenso a destra. Ma per quello c'è già Salvini e basta e avanza. Non si può sostenere di essere privati cittadini in corteo e di p. otersi levare la casacca di consigliere comunale. Soprattutto se si sostiene di essere cristiani. Cristiani a corrente alterna, quindi cristiani opportunisti o, meglio, non cristiani. Tanto valeva stare a casa a riempirsi la bocca della difesa dei valori.

Ma il problema non è la sezione del corteo nel quale sfileranno Marco Martinelli e Mauro Macera. Non bisogna, infatti, scambiare l'effetto con la causa: la presa di posizione politica arriva solo dopo il presunto scandalo dei profughi alla Santa Croce. Ed è questo scandalo che non si concilia con la storia di Lucca, religiosa ma anche civile. Perché questa è anche la città della grande emigrazione, di migliaia e migliaia di lucchesi andati all'estero. E quelli - direbbero gli amanti delle distinzioni giuridiche - erano tutti "migranti economici", non profughi di guerra. Secondo una certa logica, dunque, andavano respinti. Per fortuna non è stato così. Hanno lavorato e fatto fortuna all'estero e in questi giorni a decine sono ritornato con i "Lucchesi nel mondo". Loro, i migranti di ieri, sfileranno in processione a poche decine di metri dai migranti di oggi: la miglior risposta dell'anima profonda della città. Infine, che dire della vignetta scelta da un giornale locale per commentare questa presunta polemica? I migranti raffigurati come ai tempi della stampa fascista, incapaci di parlare correttamente, avidi e bisognosi di essere civilizzati dall'uomo bianco. Ecco, la Luminara non meritava un simile scempio.

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