Il Tirreno

Lucca

Omicidio Gambino, parlano gli amici di Andrea: «Nove anni di rabbia in una sera»

di Federica Scintu
Omicidio Gambino, parlano gli amici di Andrea: «Nove anni di rabbia in una sera»

Lucca, la testimonianza degli amici del ragazzo dopo la morte di Giuseppe Gambino: «Aveva troppi problemi per poterli affrontare da solo»

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LUCCA. Si conoscono da quando sono piccoli, hanno frequentato la stessa scuola, le stesse piazze, gli stessi locali. Matteo vedeva spesso Andrea, prima che una cella li dividesse. “Il Gamba” ora è in carcere, lontano da lui e dal loro gruppo di amici, per aver massacrato il padre Giuseppe Gambino a colpi di casco. «Ci conosciamo da quando io avevo sette anni - racconta sconvolto Matteo Marcelli - e non riesco proprio a capire la sua reazione, anche se so che soffriva tanto per la situazione che si era creata in casa».

Prima la perdita della madre Rossana, alla quale era legatissimo, poi la morte della sorella qualche anno fa. Andrea si era ritrovato a vivere solo col padre in quella casa tetra e umida di via della Grotta a Saltocchio, la stessa dove l’ha aggredito la notte tra il 16 e il 17 agosto riducendolo in fin di vita. Ora, dopo venti giorni di agonia, anche papà Giuseppe è morto e Andrea è rimasto solo, in una cella del carcere di San Giorgio: ad appena 20 anni dovrà rispondere di un’accusa pesantissima, quella di omicidio volontario.

«In questi giorni gli abbiamo scritto delle lettere - racconta Matteo Marcelli - anche se so che lui dal carcere non può risponderci. Ho paura che possa compiere un gesto estremo, farsi del male. So che col padre c’erano tanti problemi, litigavano spesso anche perché era lui che chiedeva i soldi ad Andrea e non viceversa». Intanto Andrea, da quella cella del carcere di San Giorgio, non si è mai detto pentito per ciò che ha fatto: «Con mia madre e mia sorella si comportava da padre-padrone - aveva dichiarato durante l’udienza di convalida dell’arresto davanti al gip - le ha fatte soffrire. A me invece faceva pagare le bollette di casa».

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Una casa piena di ricordi ma anche di dolore, una casa dove prima abitava una famiglia, ora distrutta, nella quale Andrea ha deciso di non tornare nemmeno in attesa del processo: «Se rimango qui mi butto dalla finestra - aveva detto ai carabinieri subito dopo l’aggressione- portatemi in carcere, è meglio. Qui non ci voglio stare».

Gli amici però non riescono a darsi pace: avrebbero voluto provare a parlarci, o vederlo anche solo per un attimo. «Andrea non ha scusanti per quello che ha fatto - dice ancora Matteo Marcelli - ma per come lo conoscevo io non avrebbe mai fatto male a una mosca, se gli davano uno schiaffo si scansava. Il problema è che è sempre stato un ragazzo molto introverso e silenzioso, il dolore se l’è tenuto tutto dentro: ha tirato fuori nove anni di rabbia in una sera, scagliandosi contro la persona che riteneva colpevole di tutte le sue sofferenze. Noi non lo giustifichiamo ma capiamo che aveva dei problemi che non poteva risolvere da solo». Una rabbia così feroce che, lo psicologo e psicoterapeuta Renato Bertolucci, già giudice onorario del tribunale per i minori di Firenze, ha spiegato, «può manifestarsi in forme esplosive, pericolose e distruttive, come è avvenuto nel caso dell’aggressione di Saltocchio». Un’aggressione improvvisa, non prevedibile, che sempre secondo Bertolucci «deriva anche dai lutti che Andrea non aveva elaborato cosa che ha scatenato un comportamento ostile proprio nei confronti di quella persona che aveva l'unica colpa di essere rimasta in vita».

«Non c’è nessuna Machete Crew - dice uno dei suoi amici più cari, Leonardo Lippi - noi siamo solo un gruppo molto unito e Andrea, per come lo conosco io, è sempre stato un bravo ragazzo, con un grande cuore». Parole che suonano del tutto stonate con quello che Andrea ha fatto ed è stato capace di fare, che tratteggiano il ritratto di un ventenne che non era mai stato violento prima di quella sera, che aveva però tanti problemi familiari, forse troppo pesanti per la sua età, problemi che però non possono certo giustificare ciò che ha fatto. «Andrea merita di stare in carcere, è giusto che paghi per ciò che ha fatto - conclude Matteo Marcelli - ma non penso che questo servirà a qualcosa, anzi. Lui ha bisogno di essere aiutato, ne aveva bisogno prima e ne ha ora più che mai. Dovrebbe essere seguito da uno psicologo, qualcuno che riesca, se è possibile, a fargli tirare fuori ciò che ha dentro da troppo tempo. L’isolamento non lo aiuta». Gli amici ora non possono dirgli altro che «Good luck Gamba».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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