Il Tirreno

Lucca

La paura e la speranza «Vogliamo solo vivere»

di Nadia Davini
La paura e la speranza «Vogliamo solo vivere»

Una famiglia irachena racconta la sua odissea tra Yemen, Libia e Italia Marito, moglie e tre bambini passati dalle persecuzioni delle bande agli scafisti

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LUCCA. Le gambe sono ustionate dal sole e da cinque giorni passati in mezzo al mare. Ce le mostra come prova della sofferenza appena vissuta. Ma la bimba più piccola non vuole ricordare e alla vista delle profonde striature rosse impresse sui polpacci del padre, si tappa gli occhi e nasconde lo sguardo.

Storie di ordinaria paura al campo di prima accoglienza della Croce Rossa di Lucca, in via delle Tagliate, dove la sera è calata da poche ore, insieme agli ultimi arrivi: due famiglie, una irachena e l'altra siriana, quattro adulti e sette bambini. Un pasto caldo, finalmente il bagno, una doccia e acqua a volontà: beni di prima necessità distribuiti insieme a vestiti puliti e a coperte di lana per la notte, che al campo si preannuncia fredda. «Eravamo una famiglia benestante – racconta Danibar, una giovane donna irachena - Poi, da un giorno all'altro, è cambiato tutto: in una notte la nostra vita è stata distrutta». Parla Danibar, l'unica che conosce l'inglese. In mare, insieme al marito, c'ha messo anche i suoi tre bambini: un maschio di 8 anni e due femmine, di 6 e 5 anni. «Siamo iracheni – continua – Iracheni di Baghdad. Per via della guerra, delle bande criminali e del terrorismo abbiamo lasciato il nostro Paese e siamo andati in Yemen, nella capitale, San'a. Eravamo felici, persone normali e tranquille: mio marito era un uomo conosciuto, perché aveva un ristorante molto famoso. I miei figli frequentavano le scuole europee, per imparare l'inglese. Qualche mese fa sono cominciate le persecuzioni: mio marito, per il suo essere benestante, ha avuto dei problemi con le bande criminali dello Yemen. Ci hanno portato via tutto, ci minacciavano, ci seguivano, dicevano che ci avrebbero uccisi: siamo scappati. Di nuovo l'Iraq, di nuovo Baghdad, ma senza documenti e senza soldi non sapevamo a chi rivolgerci. Non potevamo vivere lì ancora a lungo».

Ogni strada, ogni paese, sembra d'un tratto migliore dell'Iraq: che sia la via libica o quella ungherese l'importante è arrivare in Europa. Tanti sono gli iracheni fuggiti e giunti a destinazione. Esistono reti di trasmissione e condivisione di notizie, consigli, avvertimenti, fra i migranti in fuga che cercano la pace. Su Facebook ci sono gruppi specifici, mentre via Whatsapp ci si tiene in contatto con messaggi e note vocali. «Conoscevamo le tappe – continua – e sapevamo che dall'Ungheria non ci avrebbero fatto passare, così abbiamo deciso di arrivare fino in Libia. Sapevamo bene come funzionava. Sapevamo che tutto stava nell'arrivare vivi in Italia. Appena entrati nel deserto libico ci hanno fermati e caricati su un pick-up insieme ad altre 40 persone, appiccicati uno all'altro. Poi ci hanno rinchiusi in uno stanzone, vicino al mare: eravamo in più di 200. Alcuni stavano lì da una settimana, noi siamo rimasti in quella situazione un giorno e mezzo».

Alla domanda se anche loro abbiano pagato, Danibar accenna un sorriso e esclama: «Sure (sicuro, ndr)! Nessuno esce dalla Libia senza pagare. Noi avevamo i soldi che servivano, ecco perché ci hanno fatto partire in fretta: 5.900 dollari in totale».

Cinque giorni. Sono quelli che la famiglia di Danibar ha trascorso in mare, sotto il sole e sotto la luna. «Avevamo due zaini con dentro i documenti, qualche ricordo, cibo e acqua, ma gli scafisti ci hanno preso tutto e l’hanno gettato in mare. Ci hanno obbligati a stare per cinque giorni con la testa piegata in avanti, senza cibo e con pochissima acqua, che veniva distribuita a dosi minime tre volte al giorno».

A sentir parlare queste persone, è come se i loro desideri, la loro capacità di scegliere e decidere, avesse ricominciato a funzionare appena toccata terra. Prima il terrore per i libici non lasciava spazio al pensiero. Durante il tragitto, invece, c’era solo un obiettivo: sopravvivere. Dopo lo sbarco, infine, si assiste a una drammatica ricostruzione dei fatti, attraverso un minuzioso inventario dei sentimenti, dei ricordi, dei sogni che tornano a bussare alla porta. «Non vogliamo restare in Italia, ma andare in Germania. Non conosciamo nessuno, ma là c'è una forte comunità irachena e sappiamo che esistono maggiori opportunità. Si tratta solo di ricostruire la nostra vita dall'inizio». “Solo” questo.

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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