Sicurezza
Un giovane stalker il suicida delle Mura
Condannato a cinque anni per le violenze all’ex fidanzata aveva confidato al padre di uccidersi pur di evitare il carcere
LUCCA. La barba lunga, la carnagione scura, quei lineamenti scolpiti tipici dei nordafricani traggono in inganno per alcune ore i poliziotti. Credono, almeno sino alle 3 del mattino, che quel giovane che giace ai loro piedi in un lago di sangue dopo essersi autoflagellato a coltellate arrivando ad uccidersi proprio sotto le Mura sia il magrebino che armato di pugnale si trovava accanto all’ingresso della questura tre minuti dopo l’aggressione e il ferimento di un connazionale a porta San Pietro. La svolta, invece, arriva quando nelle tasche dello sventurato gli agenti rinvengono un mazzo di chiavi. Appartengono a una Seat. E ce n’è una parcheggiata non troppo distante all’angolo di via Cavour. È l’auto del suicida. Che non è un extracomunitario, ma un ragazzo che vive a San Vito con la mamma e il papà. E che non c’entra nulla con l’accoltellamento del marocchino. La vittima è Nicola Barsotti, 26 anni, barista e soprattutto bagnino a Torre Mozza nelle spiagge della Maremma. Nel gennaio 2014 era stato condannato in abbreviato a 5 anni di reclusione per stalking sull’ex fidanzata, in seguito a un’inchiesta dei carabinieri, e l’impianto accusatorio aveva retto in Appello. Ad aprile il suo legale aveva presentato ricorso in Cassazione che forse sarebbe stato discusso all’inizio 2016. Inoltre il 28 ottobre era fissata davanti al gup un’udienza preliminare che lo vedeva imputato di violenza sessuale e sequestro di persona nei confronti di una ragazza di 17 anni residente a Follonica e conosciuta in spiaggia nel 2013. Accuse infamanti che lui aveva sempre respinto al mittente professando con forza la sua innocenza nonostante le prove a suo carico emerse nei dibattimenti e durante la fase investigativa. «Piuttosto che finire in carcere mi uccido» aveva confessato al padre qualche tempo fa. È stato di parola.
L’ossessione del carcere. Il bagnino, nel corso dei procedimenti penali, era stato in cura da una psicologa. Ma ormai da tempo aveva deciso di interrompere qualsiasi seduta terapeutica. Era ossessionato di finire in carcere nonostante, almeno per il momento, non vi fossero sentenze definitive. E per un po’ di tempo si era allontanato dalla sua città, dalla famiglia e dagli amici rifugiandosi in America Latina, soprattutto in Messico. Il dramma che si consuma nella tarda serata di lunedì probabilmente viene da lontano. Da un malessere interiore, da un vuoto dell’esistenza che nessuno ha saputo colmare.
La terribile sequenza. Sono le 21,35 quando un poliziotto della centrale operativa della questura sente un rumore di bottiglia andare in mille pezzi all’angolo tra via Montanara e via Cavour all’altezza di una delle porte della questura. Osserva il monitor e vede un giovane con la pelle olivastra che impugna due coltelli sardi, tipo pattada con lama di 10 centimetri. In precedenza ha ricevuto le segnalazioni di un litigio prima e di un accoltellamento poi tra immigrati. Chiama via radio le volanti che in pochi secondi arrivano sul posto. Due agenti scendono, ma quando l’ex bagnino, che loro credono l’immigrato che stanno cercando, li vede inizia a correre in direzione di viale Regina Margherita. Attraversa di corsa la strada e si trova davanti il baluardo San Colombano. Gli agenti gli gridano di fermarsi, ma lui arrivato all’altezza di un ponticello a cento metri dalle Mura inizia a colpirsi con un’inaudita violenza autodistruttrice una, due, dieci volte all’addome, al torace, all’altezza del cuore e infine alla coscia sinistra andando a recidere l’arteria femorale. Forse è quella la ferita mortale, quella che non gli lascia scampo. Il coraggio dei poliziotti, che si chinano sul giovane coperto di sangue e gli sfilano la cintura dei pantaloni utilizzandola come fosse un laccio emostatico nell’estremo tentativo di fermare l’emorragia, si rivela generoso quanto inutile. Barsotti muore tra le loro braccia prima che l’ambulanza possa raggiungere la zona e prestare soccorso. Resta l’amarezza per non essere riusciti a salvare una vita umana.
Caso chiuso. Per procura e polizia il caso è chiuso. Forse già domani verrà fissata la data dei funerali. Il magistrato di turno, Salvatore Giannino, ha disposto l’esame esterno del cadavere, già eseguito, e accertamenti tossicologici per stabilire se il giovane ha agito sotto l’effetto di sostanze psicotiche.
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