Attenzione
L’immigrato ha rischiato di morire
Un paio di centimetri più in là e i cocci avrebbero reciso l’arteria carotide
LUCCA. Vivo per miracolo. Se i cocci aguzzi di vetro di una bottiglia di whisky appena scolata avessero reciso la gola del giovane extracomunitario un paio di centimetri più in là andando a lacerare la carotide per lui non ci sarebbe stato scampo. Adesso Bela Oufia, 26 anni, marocchino, non in regola con il permesso di soggiorno, problemi di alcolismo e piccoli precedenti penali è ricoverato all’ospedale San Luca. È stato ricucito dai medici e se la caverà in un mese. Alla polizia ha raccontato la sua verità: un coetaneo nordafricano lo ha colpito per futili motivi nella zona dell'Oratorio della Madonnina a pochi metri da porta S. Pietro. La causa della brutale aggressione? Una sigaretta. «La voleva da me, io mi sono rifiutato di dargliela e lui per tutta risposta mi ha colpito con il vetro spezzato della bottiglia» la spiegazione data, con un filo di voce e con molto alcol in corpo agli investigatori subito dopo il trasferimento in ambulanza al pronto soccorso. Il nome dell’aggressore è già noto alle forze dell’ordine: anche lui magrebino, anche lui di 26 anni e senza fissa dimora. La vittima e il carnefice non sono profughi arrivati da poco a Lucca e dintorni, ma girovagano da tempo nella periferia cittadina. L’aggressore sarà incriminato per lesioni gravissime difficilmente per tentato omicidio.
La testimone. Se Bela Oufia è ancora vivo grazie alla tempestività dei soccorsi lo deve in gran parte a una testimone. Che lunedì sera alle 21,20 segnala alla centrale operativa della polizia una lite nel sottopasso di via Carducci tra due immigrati decisamente su di giri. Una pattuglia della squadra volante diretta dal commissario Leonardo Leone si precipita in zona senza però individuare i due immigrati che, barcollanti per il troppo alcol ingerito e tra spintoni, urla e accuse reciproche, nel frattempo si sono diretti verso via Carrara superando il vecchio tribunale e continuando la loro animata discussione su una panchina a porta S. Pietro.
Il ferimento. Passano dodici minuti (sono le 21,32) quando dal centralino del 118 arriva la chiamata di Bela Oufia. L’immigrato riferisce all’operatrice di essere stato colpito alla gola con una bottiglia rotta e indica la zona dove si trova in quell’istante. Mentre un’ambulanza a sirene spiegate parte per porta S. Pietro la chiamata viene dirottata anche alla centrale operativa della polizia. La volante è nelle vicinanze del luogo dell’aggressione, ma mentre gli agenti stanno per varcare l’interno delle Mura ecco che la pattuglia deve intervenire su un altro grave episodio che si sta verificando proprio accanto alla questura tra via Montanara e via Cavour. Sono le 21,35 e proprio in quel momento il ferimento di Bela Oufia s’interseca e si sovrappone con la vicenda umana di Nicola Barsotti ingenerando nelle stesse forze dell’ordine una comprensibile confusione che porta gli inquirenti a credere ad una correlazione degli accadimenti sino alle 3,30 di notte quando la verità emerge in tutta la sua drammaticità. I due episodi, nonostante siano accaduti a cento metri di distanza l’uno dall’altro, sono distanti e distinti. E il giovane che si uccide a coltellate proprio sotto le Mura non è il magrebino, nonostante la barba lunga e la carnagione scura, che la polizia ritiene possa aver ferito in modo grave il connazionale una decina di minuti prima. Quello è ancora uccel di bosco anche se di lui, già alle prime luci dell’alba, gli agenti conoscono volto e nome.
Luca Tronchetti
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