Finanza
Noi profughi in cerca della vita e della pace
Lucca: dal laureato in medicina al camionista che ha lasciato a casa moglie e figlie. Le storie di chi, dopo violenze indicibili, è ospite nelle tende della Croce Rossa
LUCCA. «Voglio costruirmi una vita ovunque ci sia pace». Christian Odyakose non ha dubbi e quando gli viene chiesto cosa desideri per il futuro, augura a se stesso e a tutti coloro che ha incontrato sul proprio percorso due cose: la vita e la pace. Ventisei anni, nigeriano, arrivato a Lampedusa il 15 luglio, a Lucca il 24 e ospitato nel campo di prima accoglienza della Croce Rossa di Lucca. Come lui, anche gli altri 105 ragazzi che vivono in via delle Tagliate, nelle diciotto tende blu, targate Ministero dell'Interno, troppo calde d'estate e troppo fredde d'inverno.
«Il problema – ammette Enzo Fasano, il presidente della CRI di Lucca – è che questo dovrebbe essere un campo di prima accoglienza, quindi temporaneo, le persone dovrebbero sostarvi per 48, massimo 72 ore, e invece la maggior parte resta qua per più di un mese. Le conseguenze sono malumori, insofferenza, problematiche nella gestione. Siamo al limite: è ormai chiaro che in Toscana, e anche a Lucca, ci saranno altri arrivi, se continuiamo così non avremo più posto e non sapremo come fare». Più del caldo delle tende, delle differenze culturali e linguistiche, delle amicizie e le tensioni, ciò che preoccupa i migranti e i volontari è proprio questo: il senso di precarietà rispetto a quello che succederà, la totale incertezza su quando qualcosa accadrà.
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«Essendo riconosciuto come campo temporaneo non possiamo organizzare in modo strutturato attività scolastiche e lavorative e non possiamo dare loro neanche il pocket money, perché quello sarà compito delle associazioni una volta che li avranno in carico nelle strutture – spiegano i volontari –. Il nostro compito è visitarli, assisterli nelle cose basilari e ascoltarli, farli sfogare».
Quasi tutti, infatti, hanno subito o visto violenze, tutti hanno rischiato di morire nelle carceri libiche o in mare. Proprio come Christian: «Sono scappato dalla Nigeria due anni fa, perché alcuni ragazzi del mio villaggio volevano che mi unissi a loro in una banda armata – racconta, lui che sta studiando la grammatica italiana e che in futuro vorrebbe diventare volontario di Croce Rossa – Così ho incontrato un amico stilista, gli ho chiesto se potevo lavorare con lui e grazie a lui sono arrivato in Libia. Nel deserto libico mi hanno catturato e imprigionato per tre mesi: mi avrebbero rilasciato solo se la mia famiglia avesse pagato il riscatto. Mi hanno tolto tutto, mi drogavano sciogliendo pasticche nel cibo, per quattro giorni mi hanno torturato con l'elettroshock. La sorveglianza è affidata a ragazzini di undici, dodici anni, strafatti di droga e armati di mitra: non puoi addormentarti perché rischi di non svegliarti più. Abbiamo organizzato una rivolta e siamo riusciti a scappare, io non mi ricordavo niente. Ho capito di essere vivo e di essere tornato in me solo quando sul barcone, stipato con altre cento persone, ho incontrato un ragazzo ferito, Unity: quando ho visto che sanguinava sapevo di avere tutte le risorse per salvarlo, perché in Nigeria mi sono laureato in medicina. Mi sono preso cura di lui, non l'ho lasciato un attimo e anche ora, che ci ritroviamo entrambi qua a Lucca, stiamo sempre insieme: è diventato mio fratello di sangue».
La banda da cui tutti questi ragazzi sono passati una volta raggiunto il deserto libico si chiama Asma Boys e solo a sentirne parlare i loro occhi si riempiono di terrore. Così per Tcha-Kolom Mouhaminoli del Togo, soprannominato al campo il gigante buono, per il suo metro e novanta di bontà. Padre di due bambine, Farida, la più grande, e Nadgathe di 3 anni, un fratello in Germania, dove vorrebbe andare a vivere, gli amici in Svizzera, e il resto della famiglia ancora in Libia. Tre lingue parlate alla perfezione (inglese, francese e arabo) e altri cinque dialetti africani conosciuti come le proprie tasche, perché di lavoro Tcha-Kolom faceva il camionista e ha attraversato paesi e culture diverse per mesi interi. È uno dei punti di riferimento del campo, così attento e premuroso, sempre disponibile per tutti. E così piccolo e indifeso quando racconta della Libia.
«Libia no life, no vita – dice – In prigione ci hanno torturato, rubato tutto quello che avevamo, picchiato. Tiravano fuori i coltelli, ci tagliavano, ci sfruttavano. È stato terribile».
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Storie simili che si rincorrono e si ripetono fino alla disperazione, come per Courage, vent'anni, che in Libia ci è arrivato perché aveva bisogno di lavorare. In Nigeria non aveva soldi, la famiglia è povera e in casa sono in dieci. Ha vissuto la guerra civile in Libia, le bombe e le sparatorie continue.
«Ma oggi possiamo parlarne – interviene un altro africano, Iussouf Berte, del Mali – questo è quello che conta». In Mali lui commerciava borse importandole dalla Cina, è sposato e ha una famiglia sterminata (all'incirca 30 fratelli) perché il padre ha sposato quattro mogli. «Sono scappato dal Mali perché là c'è la guerra civile, hanno ucciso mio cugino proprio davanti ai miei occhi, solo perché sapevano che eravamo benestanti. Ci hanno rubato tutti i soldi, mia moglie, Soukaima Coulibaly, vive sempre in Mali: vorrei aprire un'impresa e portare la mia famiglia in Europa. Sì, anche io ho fatto la prigione in Libia, ci passano tutti, solo se sei molto fortunato riesci a non finirci dentro».
Mille, duemila euro per il viaggio, dai paesi d'origine alla Libia, il riscatto nel mezzo e poi la traversata sul barcone fino in Italia.
Ma c'è anche chi arriva da est, dall'oriente e per mesi ha camminato su montagne o mezzi di fortuna. Così per Faheem Raja, 31 anni, attivista politico per la libertà del Kashmir, e per Yousaf Muhammad Iftikhar del Pakistan: entrambi sono entrati in Iran, da lì in Turchia, un gommone a noleggio fino in Grecia, nel Pireo. Di nuovo il treno, o a piedi, per settimane, prima in Macedonia, poi in Serbia, l'Ungheria, l'Austria e infine l'Italia. «In Kashmere sentivo sempre alla Bbc che in Italia accolgono i migranti, che non li imprigionano e non li lasciano morire – racconta Faheem, che parla un inglese perfetto – Così sono partito, il mio paese l'ho salutato 7 anni fa. Tutti ci dicevano di arrivare in Italia, di non fermarci in Austria, perché non ci avrebbero dato i documenti. Al confine tra Serbia e Ungheria ci hanno rubato tutto. Non ho più niente con me».
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Non aveva niente con sé neppure Yacouba Bance, vent'anni, fuggito dal Burkina Faso perché il padre voleva ucciderlo: lui, infatti, è cristiano come la mamma, mentre il padre è musulmano. «Mi diceva che se non volevo convertirmi mi avrebbe ucciso – racconta – Dal Burkina sono scappato in Nigeria, non avevo più soldi, ma sono andato avanti, fino al deserto: qua mi hanno preso, caricato su un pick-up con altre quaranta persone. Stavamo uno sopra l'altro, così, senza muoverci, per una settimana, con pochissima acqua, senza poter fare i nostri bisogni. Ho chiamato mia madre per il riscatto, lei lo avrebbe pagato, 400mila Sefa (circa 600 euro) ma io mi sono rifiutato: mi sono unito alla rivolta organizzata da un gruppo di nigeriani e sono fuggito». Yacouba è arrivato a Lucca con una grave infezione alle vie urinarie, da cui si sta riprendendo bene: ora continua a ripetere che la vita è un dono e che non smetterà mai di ringraziare chi gli sta facendo tornare l'allegria.
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