Il Tirreno

Lucca

Fra Andrea e Giuseppe una storia di liti e lutti

di Federica Scintu
Fra Andrea e Giuseppe una storia di liti e lutti

I vicini parlano di rapporti tesi nella casa al terzo piano di via della Grotta Il ragazzo non ha superato il trauma della scomparsa di madre e sorella

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LUCCA. Tatuato sul braccio ha il nome di mamma Rossana, morta quando lui aveva solo nove anni. Andrea l'ha voluto imprimere sulla pelle come il dolore che si portava dentro fin da quando era piccolo. Sofferenza nella quale era ripiombato, di nuovo, meno di un anno fa, quando anche sua sorella Rosalia, che l'aveva di fatto cresciuto e protetto e al quale lui era molto legato, è scomparsa a causa di un male incurabile. Un altro lutto, un'altra ferita profonda che ha lacerato la vita di Andrea Gambino, arrestato a soli 20 anni per aver ridotto in fin di vita il padre Giuseppe in quel piccolo appartamento in via della Grotta a Saltocchio, dove ormai erano rimasti solo loro due.

L'ha fatto nella notte, mentre l'uomo a cui lui inconsciamente dava la colpa per la morte delle sue donne - come ha raccontato durante la confessione ai carabinieri - dormiva, ignaro di quello che gli stava per capitare. Forse papà Giuseppe poteva essere un po' preoccupato perché il figlio, come raccontano i vicini ancora sconvolti «faceva spesso tardi la sera e gli dava dei pensieri» o forse anche perché «i rapporti tra loro due non erano mai stati idilliaci» ma certo nemmeno i dissidi più profondi possono riuscire a spiegare la furia con la quale Andrea si è scagliato contro suo padre, ancora ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale Cisanello di Pisa. Giuseppe Gambino, pensionato di 67 anni con un passato da operaio all'Italzinc, azienda che si occupa di zincatura a caldo immersa nella campagna a poche centinaia di metri da quella palazzina tetra e ormai usurata dal tempo, era arrivato a Saltocchio dalla Sicilia.

Alcuni abitanti dello stabile, a poche ore dalla terribile aggressione, parlano di lui in giardino: seduti al riparo dal sole,tra panni stesi e mura scrostate, nei loro occhi c'è ancora lo spavento e l'incredulità di chi non sa davvero darsi una spiegazione per quanto accaduto.

Descrivono Giuseppe come «una persona tranquilla, forse un po' severo nei confronti figlio col quale aveva spesso delle accese discussioni», ma nulla che facesse presagire un epilogo simile. Parlano poco anche di Andrea, «un ragazzo inquieto e taciturno che da poco aveva iniziato a lavorare in una cooperativa che presta servizi per la ditta Butori Serafino».

Nessuno sembra avere molta voglia di entrare nel dettaglio di quanto è accaduto in quell'appartamento abbarbicato nel buio umido del terzo piano: «Abbiamo capito cos’era successo quando è arrivata l’ambulanza e comunque, ciò che sappiamo, l’abbiamo detto alle forze dell’ordine». Anche il maggiore Giangabriele Affinito, comandante della compagnia dei carabinieri di Lucca, descrive Andrea come «un ragazzo fragile che non ha mai superato i lutti che l’hanno colpito. Durante l’aggressione era stordito da alcol e droga ed è stato lui stesso a confermarcelo. È un giovane che vive un grande disagio e che dentro ha qualcosa che lo fa stare molto male».

Sul profilo Facebook di Andrea ci sono tante fotografie: serate trascorse insieme agli amici, quelli della “Crew Machete”, così chiama il suo gruppo, altre che mostrano la sua passione per la musica e per i tatuaggi, soprattutto quello dedicato a mamma Rossana. Da studente ha frequentato il liceo artistico Passaglia di Lucca a testimonianza della sua passione per il mondo dell’arte in genere. Passioni e rapporti interpersonali che non sono bastati a colmare quel vuoto che provava.

A confermarlo è lo psicologo e psicoterapeuta, Renato Bertolucci, già giudice onorario del tribunale per i minori di Firenze, che spiega: «Quando l’impulso aggressivo non trova un canale di sfogo, questo sentimento può essere tenuto all’interno di noi stessi, oppure viene rinnegato e attribuito ad altri. In questo secondo caso si può anche manifestare in forme esplosive, pericolose e distruttive, come è successo nell’aggressione avvenuta a Sollecchio». Secondo il dottor Bertolucci, «i lutti, ma anche le delusioni, la tristezza e i fallimenti personali creano un malessere che può sfociare nella depressione e nel risentimento. Più forte è il legame, maggiore risulta il risentimento».

E in quel tatuaggio dedicato alla mamma, sempre secondo Bertolucci rappresenta «la volontà da parte di Andrea di mantenere un legame con sua madre ma anche un modo per arginare la disperazione, il dolore per la sua scomparsa».

Un dolore che si è fatto sempre più logorante con la scomparsa della sorella Rosalia, anche perché, analizza lo psicologo, «in seguito a questo lutto è crollato l’argine artificiale che probabilmente Andrea si era costruito e rabbia e risentimento, tenuti dentro per 12 anni, sono venuti fuori in modo aggressivo, con un comportamento ostile magari nei confronti di quella persona che ha l’unica colpa di essere rimasto in vita». E quella persona è papà Giuseppe.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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