Il dolore
Non aggirò le norme antimafia, restituiti 20 milioni a Raffaelli
L’ex presidente del Viareggio Calcio all’inizio degli anni Novanta prosciolto in abbreviato dal giudice Tornerà in possesso di immobili, conti correnti, quote societari, agriturismo e di un capannone
LUCCA. Tornerà in possesso di oltre venti milioni - tra immobili, conti correnti, quote societarie, agriturismo, terreni, auto e un capannone industriale posseduti a Camporgiano, Viareggio e Lucca - dopo che il giudice delle indagini preliminari Silvia Mugnaini lo ha assolto in abbreviato con formula piena ("perché il fatto non sussiste") dal reato di trasferimento fraudolento di beni e di aggiramento normativo delle verifiche antimafia. Lui è Pietro Raffaelli, 67 anni, residente a Camporgiano, imprenditore notissimo in Versilia (ma anche in Lucchesia) per aver ricoperto, tra l'altro, l'incarico di presidente del Viareggio Calcio nel 1988 accanto a Giorgio Mendella e all'inizio degli anni Novanta prima dell'arrivo di Giovanni Picciotto. E con lui sono stati prosciolti anche i presunti prestanome: i fratelli dell'imprenditore, Luigi e Giuliano Raffaelli, Andrea Ghiselli originario di Pisa, El Hari Hind e l'industriale versiliese Marco Pardini attualmente titolare di un'azienda in Cina. Per Pietro Raffaelli la procura aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione ritenendo che, in seguito a una condanna in via definitiva del tribunale di Bari per associazione a delinquere di stampo mafioso, non potesse più disporre dei beni immobili e delle società costituite nel settore turistico-alberghiero. Ma per il gip l'imputazione formulata dal pm non sarebbe riscontrata da prove oggettive come riteneva il pool difensivo formato dal senatore di Forza Italia, avvocato Nico D'Ascola, dal professor Tullio Padovani e dai legali Florenzo Storelli e Francesco Marenghi.
Le accuse. Il nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle su ordine della procura nel gennaio 2013 sequestrarono soldi, quote societarie e immobili per oltre 20 milioni ritenuti il provento della presunta attività illecita. Per la Finanza, Pietro Raffaelli aggirando le norme antimafia - che vietano di ottenere licenze, autorizzazioni, erogazioni e concessioni obbligando di comunicare le variazioni patrimoniali superiori ai 10mila 329 euro - attraverso i cinque tra familiari e conoscenti che fungevano da prestanome sare bbe riuscito a costituire 4 società eludendo le maglie della legge. Una tesi che cozza con quanto sostenevano i suoi legali che ritengono ineccepibile l’operato dell’imprenditore. A portare al sequestro per equivalente dell’ingente patrimonio fu una segnalazione pervenuta all’inizio del 2012. La tributario accertò la presenza dei prestanome e la mancata segnalazione di flussi di denaro per 17,7 milioni riconducibili direttamente o meno a Raffaelli che molti anni fa fu condannato al tribunale di Bari per aver fornito, per conto della Sacra Corona Unita, scafi superveloci per i traffici di sigarette in Puglia. Adesso il gip ha ordinato il dissequestro e la restituzione dei beni all’imprenditore.(l.t.)
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