Il Tirreno

Lucca

L’AMICIZIA, DOSTOEVSKIJ, L’IPAD E L’OSMOSI DEL BENE

di fratel ARTURO PAOLI

«Esistere può essere un peso o una gioia» L’AMICIZIA HA BISOGNO DI PROSSIMITÀ Una maestra mi racconta di aver colto un bambino di sei anni in atti di violenza. Dietro queste cose c’e la paura della...

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«Esistere può essere un peso o una gioia»

L’AMICIZIA HA BISOGNO DI PROSSIMITÀ

Una maestra mi racconta di aver colto un bambino di sei anni in atti di violenza. Dietro queste cose c’e la paura della relazione, che vedo come uno dei mali fondamentali del nostro tempo.

Il principio fondamentale che guida il progresso della tecnica pare sia quello di distanziare le relazioni personali. L’amicizia ha bisogno di prossimità. Non mi convince l’idea che questa ricerca di strumenti e di progresso nell’individualismo favorisca la crescita dell’amore, che continuo a pensare come la qualità umana fondamentale. Tutto quello che avviene intorno a noi sembra non aver bisogno dell’amore.

Un amico mi mostra un ultimo prodotto della tecnica, sapendo bene il mio antifeticismo. Si chiama iPad: basta il tocco delicato di un dito per avere sotto gli occhi la prima pagina del tuo giornale. Pare che fra poco i ragazzi potranno realizzare il loro sogno di indugiare sotto le coltri perché il professore di matematica potrà interrogarli a letto.

Quando penso ai metodi violenti della pubblicità di oggi, credo che possano portare alla massima alienazione. Le autorità politiche non pensano minimamente a questo potere distruttivo. Pecunia non olet, diceva Vespasiano, l’imperatore che aveva decretato un’imposta sulle latrine. Oggi si tratta della salute psicofisica della gioventù, del sesso tradotto in immagine, ma la condizione psichica dei giovani non interessa la classe dirigente.

Oggi il bisogno più urgente e la capacita di stare insieme. Riuscirò a persuadere i miei amici giovani che questo e il senso vero della loro esistenza? Esistere può essere un peso inutile e vuoto o una fonte di gioia, una gioia sconosciuta. Ma occorre coraggio, molto coraggio.

Imparare a morire

UN LUNGO WEEKEND

Potrei dire di essere in attesa di sorella morte che, per i giovani che mi frequentano, e un’attesa molto strana. Ho spesso sognato un weekend della vita, che vedo farsi strada nel tempo oltre le mie previsioni, come un ritiro silenzioso nell’attesa della sua visita, che non ho mai temuto.

Quando ci penso ricordo la morte di mio nonno: un’attesa quasi indifferente, come quella di un amico che non conosci e che si è annunziato. Mio nonno visse per quarantacinque giorni solo bevendo acqua. Interrogavo il suo silenzio che interrompeva solo con me e, nel passare dei giorni, lo vedevo farsi sempre più sereno, come nell’attesa di un amico sconosciuto con cui si pensa lieto l’incontro. Mio nonno aveva messo a posto, come si diceva al tempo, «i suoi conti con Dio» attraverso una lunga conversazione con il parroco. Forse immaginava la venuta di qualche angelo.

Quel tempo che dedicavo al letto del nonno, che non sopportava altri che non fossero altrettanto intimi, mi riempì di sorpresa e forse di saggezza. Imparare a morire mi ha donato una saggezza precoce che riempie la misteriosa parola «vocazione».

Insegnare camminando

LA MERAVIGLIOSA PROFONDITÀ DELLA VITA

Più viviamo nella meravigliosa profondità della vita interiore, più scopriamo che lì si trovano i veri beni dell’essere umano: la sua libertà, la sua pace, la sua gioia, il sentiero che lo conduce alla sua vera e piena esistenza.

Questi sono i veri beni umani perché patrimonio di tutti. Essi si diffondono per contagio, per irradiazione, volerli imporre sarebbe deformarli. Ogni essere umano può diventare un trasmettitore di essi attraverso quella che chiamiamo «simpatia».

Quando una persona si mette all’ascolto di questa sete, un certo istinto la dirige a incontrare un tipo di monaco come quello descritto da Dostoevskij, e si mette in un cammino di ricerca dell’io profondo. Leggendo il Vangelo ci accorgiamo che Gesù indirizza le persone che incontra lungo un itinerario di ricerca di cui egli e il solo depositario. E senza dire «ora mettetevi a sedere, vi istruisco»; quasi inavvertitamente, camminando, trasmette loro i valori essenziali della sua personalità.

Ricordo il film di Pier Paolo Pasolini su Gesù dove il Cristo e presentato «peripateticamente», cioè nell’atto di seminare concetti, valori, splendori spirituali nella semplicità del cammino.

Il fine dell’amicizia e quello di comunicare come per osmosi il bene. In Italia, e forse nel mondo, circola il detto «Chi ha trovato un amico ha trovato un tesoro». Chi non trasmette altro che “voglie” – che riempiono provvisoriamente la sete che è di tutti – non trova un tesoro, ma una forza che abbrutisce e rende la vita deformata.

In questo momento siamo sollecitati da esempi negativi di persone che rivestono cariche importanti, che impediscono alla nostra terra la possibilità di scelte chiare, luminose, portatrici di vita.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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