Il Tirreno

Lucca

L'uomo luminoso che inseguiva l'oltre: così Il Tirreno ricorda Fratel Arturo Paoli

Mario Lancisi
L'uomo luminoso che inseguiva l'oltre: così Il Tirreno ricorda Fratel Arturo Paoli

Uomo e religioso senza tempo, senza tessere ideologiche e senza chiesa. E sempre al fianco dei deboli

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«Con lui, a Lucca, si chiude la grande storia del ’900», ha commentato il sindaco Alessandro Tambellini la morte di fratel Arturo Paoli. Sì, era un uomo del Novecento il sacerdote lucchese. Un secolo che ha vissuto per intero anche nelle sue tragedie. Era nato infatti nel 1912 alla vigilia della prima guerra mondiale, dell’«inutile strage», come la definì papa Benedetto XV. Portava i calzoni corti quando Benito Mussolini salì al potere. Rimase ferito nel cuore durante un assalto di camicie nere contro un comizio socialista che provocò due morti. Poi la seconda guerra mondiale. Gli scontri contro la Chiesa dell’onnipotenza di papa Pacelli. L’ “esilio” in America Latina. La condanna a morte decretata dai generali argentini. Il Venezuela, la Colombia, il Brasile, la vicinanza alla teologia della liberazione, poi a 93 anni il ritorno nella sua Lucca, in una sorta di cerchio che si chiude.

Ma Paoli è anche uomo e religioso del secolo nuovo, non solo per l’età, quanto per il fatto che la sua vita molto avventurosa non si racchiude in un luogo, in un’eresia, in un tempo determinato e circoscritto. Va oltre lo scorrere delle vicende. La sua singolarità sta nell’essere dentro le radici dei fatti e degli uomini, dai papi (Paolo VI e Francesco, suoi grandi amici) ai boscaioli di Fortìn Olmos, e nel contempo al di là. Oltre. Là dove si annidano le radici comuni della libertà, della solidarietà e dell’amore. «Amorizzare il mondo», espressione del teologo e scienziato gesuita Teilhard de Chardin divenne la sua bussola.

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Qui sta la sua attualità di uomo e religioso senza tempo, senza tessere ideologiche e senza chiesa. Gli si potrebbe attribuire questa frase di un suo amico fraterno, lo scolopio Ernesto Balducci: «Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo».

Colpisce il contrasto nella sua biografia tra il numero degli anni, dei continenti in cui ha vissuto (Europa, America Latina e nord Africa), dei libri scritti (oltre cinquanta), delle persone incontrate e l’esperienza del deserto, del nulla, dello zero: «Nella sua lunga storia c’è un “punto zero” che ha il suo epicentro proprio in terra d’Africa, nel deserto algerino. Un uomo che aveva tutto, che perse tutto, che nel deserto ha incontrato il nulla e infine è approdato all’essenziale», scrive Silvia Pettini, nell’introduzione a La pazienza del nulla, titolo di un fortunato libro di Paoli edito tre anni fa da Chiarelettere.

È stato un uomo e un religioso, fratel Arturo, della relazione umana, non dell’identità. Il suo è il vangelo dell’adultera e del samaritano. Due personaggi fuori dall’ortodossia dominante all’epoca. L’adultera una donna da lapidare, il samaritano un uomo senza dottrina. Eppure Gesù dice alla donna peccaminosa: «Va’ e non peccare più», e la folla intorno getta per terra le pietre pronte all’uso. Così come il samaritano si ferma, lungo la strada che da Gerusalemme porta a Gerico, in tutto 27 chilometri, e si china sul malcapitato ferito e in fin di vita mentre il sacerdote e lo scriba si dirigono al tempio senza curarsi di lui. Per loro il tempio veniva prima dell’ uomo. Ecco, fratel Paoli, rovescia questa gerarchia tipica dell’ortodossia e mette al centro l’ uomo ferito, oppresso, in cerca di una nuova vita. Non conta l’identità - la dottrina, il rito, le regole, l’incenso - ma la relazione, che è fatta di abbracci, di mani tese e di tenerezza.

E questo vangelo senza chiesa ispira fratel Paoli a salvare una famiglia di ebrei durante la guerra e per questo nel 1999 gli è stato conferito il titolo di “Giusto tra le nazioni”, così come a battersi per i minatori sardi, per i portuali algerini, per i desaparecidos argentini, per i senza terra brasiliani.

La sua teologia della liberazione è stata scambiata dai chierici sempre pronti a lapidare gli “eretici” come un’inclinazione marxista e comunista quando altro non era che il vangelo delle parabole belle, come quelle dell’adultera e del samaritano. E l’essenzialità di Paoli, la sua pazienza del nulla, è approdata al suo apogeo cristiano nei suoi ultimi giorni di vita quando un amico come Massimo Toschi racconta di essere rimasto come impressionato nell’anima «dal suo volto luminoso, veramente affidato a Dio». Fratello Arturo aveva come raggiunto l’Oltre inseguito in tutta la sua vita.
 

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di Redazione web