Il Tirreno

Lucca

Da Lucca al mondo a fianco dei deboli

di Luca Cinotti
Da Lucca al mondo a fianco dei deboli

Nato in via Santa Lucia, durante la guerra aiutò gli ebrei Da dieci anni era tornato a vivere a San Martino in Vignale

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LUCCA. Lui che ha vissuto nel Sahara e fra le miniere dell’iglesiente,in Sudamerica e nei porti algerini, se n’è andato nel verde delle colline lucchesi, dove aveva scelto di ritornare a vivere da una decina d’anni. Fratel Arturo Paoli è morto a 102 anni (ne avrebbe compiuti 103 a novembre) poco dopo la mezzanotte di lunedì nella sua abitazione di San Martino in Vignale. Un testimone del Novecento che ha vissuto molte vite: religioso, teologo, missionario, partigiano. Con un comun denominatore: stare dalla parte degli ultimi e dei perseguitati.

Negli ultimi anni - da quando era rientrato in Italia - aveva accentuato il suo lavoro di incontri pubblici e “divulgazione”, creando con l’appoggio della Fondazione Banca del Monte un Fondo documentario che raccoglie moltissimo materiale sulla vita di Fratel Arturo e dei suoi incontri con “uomini straordinari”. Fino a quando l’età avanzata non l’ha costretto a limitare le uscite pubbliche, è stato instancabile negli appuntamenti con i giovani e con le scuole, un suo “pallino” da molti anni.

Arturo Paoli era un lucchese “doc”, nato in via Santa Lucia a pochi passi dalla chiesa di San Michele. E proprio nella piazza delle catene, agli albori degli anni Venti, sarebbe successo il fatto che - come ha raccontato più volte - lo spinse a prendere i voti: un violentissimo scontro fra fascisti e antifascisti, terminato con due morti e molti feriti. «L’immagine di quel lago di sangue - scrisse fratel Arturo - mi turbò tantissimo. Di colpo mi era stata affidata una notizia troppo pesante per un bambino. Gli uomini non si vogliono bene».

Arturo studia a Pisa e poi a Milano, dove si laurea in lettere alla cattolica. Nel 1940, dopo tre anni di seminario a Lucca, diventa presbitero. Nel frattempo, però, è scoppiata la guerra e con essa la persecuzione degli ebrei. Fratel Paoli ne aiuta moltissimi a fuggire da morte certa, collaborando con la rete clandestina di Giorgio Nissim: per questo sarà insignito nel 1999 del titolo di “Giusto tra le nazioni” dallo Stato di Israele.

Nel 1949 Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, lo chiama a Roma fra i vertici della Gioventù cattolica. Sarà l’inizio di un lunghissimo periodo di decenni durante i quali il rapporto con Lucca diventa più “rarefatto”.

Il carattere di Arturo non sopporta il conformismo dell’associazione. Alla fine viene costretto a dimettersi e da lì comincerà il suo vagabondare per il mondo. Grazie a un incontro fortuito entra a far parte dei “Piccoli fratelli di Gesù”, congregazione che prevedeva un periodo di un mese di noviziato nel deserto del Sahara. Solo nel 1957 ritorna in Italia, a formare un gruppo della sua congregazione in Sardegna. Dopo poco la partenza per il Sudamerica e, in particolare, per l’Argentina: prima fra i boscaioli poi, dal 1969, a Buenos Aires dove conosce il gesuita Jorge Mario Bergoglio, l’attuale papa Francesco. Un legame forte si instaura fra i due ravvivato - come spieghiamo in un altro articolo di queste pagine - da un incontro a Roma avvenuto dopo l’elezione al soglio di Pietro di Bergoglio.

Paoli rimane in Argentina fino al 1976, quando la giunta dei militari lo accusa di traffico d’armi e lo condanna a morte. Si rifugia prima in Venezuela e poi in Brasile, ritornando in Argentina solo a metà degli anni Ottanta, quando la democrazia è ormai stata restaurata. Fratel Arturo è diventato nel frattempo un esponente di punta della teologia della Liberazione e fra gli anni Ottanta e Novanta viaggia in diversi paesi del Sudamerica, prestando un’attenzione particolare ai ragazzi più poveri e alla loro educazione.

Autore di numerosi saggi - non solo di carattere strettamente teologico - nel 1995 gli viene consegnato dall’allora sindaco Giulio Lazzarini il diploma di partigiano. Nello stesso anno avrebbe dovuto ricevere la medaglia della Camera di commercio destinata ai lucchesi che hanno onorato la città. Fratel Paoli, però, pronuncia un altro dei suoi “no”, come segno di dissenso rispetto all’economia “neocolonizzatrice” dell’Occidente verso le popolazioni più povere del mondo.

Il definitivo ritorno a Lucca avviene esattamente dieci anni or sono, quando Paoli ha già superato la soglia dei 90 anni: l’arcivescovo Italo Castellani gli mette a disposizione la chiesa di San Martino in Vignale. Nel giro di poco tempo, e fino agli ultimi mesi della sua vita, l’abitazione baciata dal sole delle colline diventa il luogo di incontro di famiglie, singoli e comunità in cerca di una parola, di un suggerimento, di un conforto.

Contemporaneamente Fratel Paoli, con un’energia sorprendente per un uomo della sua età, continua la sua attività di pubblicista dando alle stampe diversi libri di successo. E segue anche la creazione del Fondo documentario a suo nome, fucina di risorse per molti studiosi della teologia della liberazione e della storia della chiesa in America Latina nella seconda metà del Novecento. Nel 2012, per i suoi cento anni, il Comune vorrebbe conferirgli la cittadinanza onoraria. Ma - con la coerenza che l’ha sempre contraddistinto - pur dicendosi onorato Fratel Arturo declina l’invito in consiglio comunale per rimanere fedele alla sua regola di non prender parte ad alcuna cerimonia. Ciò non toglie che sono numerose, negli ultimi anni, le date che l’hanno visto intervenire in pubblico. Perché, come si intitola la sua biografia scritta da Silvia Pettiti, in fondo “Ne valeva la pena”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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