Il Tirreno

Lucca

Ruspe, rumori e macerie Così la Manifattura rivive

di Flavia Barsotti
Ruspe, rumori e macerie Così la Manifattura rivive

Viaggio dentro il cantiere aperto nell’ex fabbrica. Rimosso il tetto della mensa

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LUCCA. C’è la storia seppellita fra i cumuli di macerie della Manifattura Tabacchi che le ruspe spostano o cercano di raggruppare. Ci sono gli odori, quelli forti che entravano dentro. Ci sono i muri anneriti dal tempo e dal lavoro e quei i pavimenti che, per 190 anni, migliaia di piedi hanno calpestato giorno dopo giorno. Ci sono verità che sanno di conquiste, ma anche di sudore e di fatica, di mani sottili, ruvide e provate. Se ne è andata a febbraio l’ultima occasione per entrare nel regno del sigaro Toscano portando con sé quello che c’era di una struttura chiusa ormai dieci anni fa. All'ex Manifattura, sono iniziati a marzo i lavori di recupero che andranno avanti per circa tre anni e doneranno a un edificio, ormai inutilizzato, una veste del tutto nuova e polifunzionale. Dietro allo storico portone di via Vittorio Emanuele, da allora c’è fermento. Si sentono movimento e rumori: quelli delle ruspe, delle escavatrici, delle macerie e delle voci degli addetti alle operazioni, aperte solo agli autorizzati.

Ma come sta cambiando veramente l’aspetto di quella fabbrica datata 1892? Abbiamo seguito l’assessore al Piuss Serena Mammini, l’assessore all'edilizia pubblica Francesca Pierotti, i tecnici del Comune e i consiglieri comunali durante il loro sopralluogo in cantiere. Sotto la supervisione della dirigente alle opere pubbliche Antonella Giannini e dei rappresentanti dell’Ufficio direzione lavori, Amedeo e Diego Romanini, siamo stati guidati in un percorso fra quello che c’è e quello che c’era.

La nuova vita dell’ex Manifattura si sta scrivendo poco alla volta. Entriamo dall'accesso secondario, dietro il parcheggio Cittadella. Le montagne di macerie davanti a cui passiamo, danno proprio l’idea del tempo che fu. Appartengono soprattutto al grande capannone recentemente demolito e prima utilizzato come magazzino.

Raggiungiamo il piano superiore percorrendo l’intero corridoio che si affaccia sul chiostro. Al suo centro, nella mensa, le sigaraie si fermavano per mangiare durante la pausa pranzo. Era lo spazio del riposo (seppure per soli quaranta minuti) di cui adesso resta soltanto una grande struttura in acciaio, la cui copertura verrà modificata per variarne la pendenza e la luminosità. Il nostro tour prosegue nelle stanze di asciugamento del tabacco. Qui veniva steso prima di dare il via al processo che avveniva con l’aiuto di una grande macchina di cui non c’è più molto. La gran parte infatti è stata smontata per poi essere ricompattata ed esposta in un eventuale museo del tabacco. Intorno, ovunque la pavimentazione è stata rimossa e sui muri possiamo vedere le tracce dell’avanzamento degli interventi. Perlustriamo alcune delle stanze vicine. In giro non c’è ormai niente e, di fronte ai vuoti e a quei mattoni a vista, si fa quasi fatica a immaginare la frenesia e l’operosità che un tempo doveva regnarvi. Tutta l’area è però agibile, messa in sicurezza. Tranne piccoli tratti, delimitati da appositi nastri, ci è consentito arrivare dappertutto, anche in quella sala, lunga e stretta dove la luce penetra dai grandi finestroni. A colpire, è il colore delle travi sopra di noi. Scuro, nero, intenso, sporco di fumi e di anni. Torniamo al piano inferiore e scendiamo nel chiostro. Gli operai sono attivi con ruspe e martelli pneumatici e insistono sulla pavimentazione. Da lì è un attimo congiungersi con l’ingesso principale e ritrovarsi proprio al di qua del portone di via Vittorio Emanuele. Dei tornelli da cui le sigaraie passavano all'entrata e all'uscita, non c’è più traccia, come di quel temuto semaforo che, a campione, selezionava i dipendenti per la perquisizione. Con la “fruga”, come veniva chiamata, si controllava che nelle tasche di chi se ne andava, non ci fossero tabacco, sigari o sigarette. Qualcosa di umiliante, come lo hanno descritto, durante la visita di febbraio, i figli delle lavoratrici che venivano condotte nella stanzina attigua e quindi spogliate. Sguardi di vergogna, pose imbarazzate di cui, ormai, restano qui solo buio e muri scrostati.

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