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IL CASO

«Una casa per abitare con mia figlia»

«Una casa per abitare con mia figlia»

LUCCA. Questa è la storia di un padre e una figlia, che chiedono un luogo dove vivere insieme in maniera dignitosa. Un padre e una figlia che sono rimasti impigliati nella burocrazia degli uffici e...

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LUCCA. Questa è la storia di un padre e una figlia, che chiedono un luogo dove vivere insieme in maniera dignitosa. Un padre e una figlia che sono rimasti impigliati nella burocrazia degli uffici e non riescono a trovare una soluzione.

Il calvario di Paolo comincia nel 2008, quando muore il padre: «Ho subìto lo sfratto e sono rimasto cinque anni sulla strada. Poi l’assistente sociale mi ha fatto inserire in una struttura di coabitazione». Una struttura gestita dall’Asl per conto dell’amministrazione comunale in viale Corsica a San Vito. L’esperimento-coabitazione, però, non funziona: «Ho vissuto due anni impossibili - racconta Paolo -. Il mio coinquilino aveva un’invalidità mentale del 100% e ha anche provato a mettermi le mani addosso». Situazione durissima anche perché Paolo, per tre giorni alla settimana, ospita la figlia piccola.

«Alla fine, dopo l’ultimo episodio di violenza si sono mossi e hanno spostato il mio inquilino. Io sono rimasto da solo e intanto cercavano altre persone per la convivenza». A un certo punto presentano a Paolo un candidato, ma alla fine quest’ultimo declina («troppe spese»). Poi non gli presentano più nessuno e, anzi, gli spiegano che lui deve andarsene perché quella casa è prevista per la coabitazione. A maggio scorso gli arriva una lettera firmata dal responsabile del Comune Aldo Intaschi che gli chiede di andarsene entro 15 giorni dall’appartamento

Paolo però, nell’ultimo anno, ha adattato l’abitazione alle esigenze proprie e - soprattutto - della figlia: «Ho allestito una camera per lei, la seguo mentre fa i compiti e mentre gioca. E si è inserita benissimo con gli abitanti della zona». Ora tutto questo (è la paura del padre) rischia di finire: «Oltretutto mi fanno pagare da tempo un canone di 167 euro perché mi considerano abusivo. Ma in realtà ho scoperto di essere diventato abusivo perché sono stati loro a non interessarsi più al progetto di convivenza e a non propormi altre soluzioni».

«Io non chiedo niente - conclude Paolo - al di fuori di un luogo dove posso vivere con mia figlia. E ne va anche della mia salute: in passato ho avuto seri problemi e ora sto meglio. Ma se finissi ancora in mezzo a una strada, non so proprio come potrebbe finire».

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