Il Tirreno

Lucca

«In piazza S. Giusto ero la principessa»

di Nadia Davini
«In piazza S. Giusto ero la principessa»

I luoghi più cari a Talitha Ciancarella, giovane titolare del caffè letterario LuccaLibri. «Il primo castello, la libreria di papà»

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LUCCA. Per lei è una fortuna poter parlare di luoghi del cuore. Perché, dice, sono quei posti legati a una memoria, a un ricordo positivo: insomma, a un vissuto reale, diretto, non delegato. E questo non è scontato, anzi, va difeso e costruito ogni giorno.

La “lei” in questione è Talitha Ciancarella, una ragazza di 28 anni titolare del Caffè letterario LuccaLibri, in viale Regina Margherita, a pochi passi dalla stazione.

I libri, sì, proprio così: quell'universo colorato, eterogeneo e sterminato che rappresentano il suo primo luogo del cuore, fin da quando era piccola nella libreria di papà Mario, in piazza San Giusto.

Chissà quanti luoghi del cuore ha trovato nelle pagine dei libri.

«Tantissimi, è vero. Ma il primo luogo del cuore è un posto reale e fisico ed è la scalinata della Cassa di Risparmio di Lucca. La mia vita a Lucca nasce grazie alla libreria di mio padre, in piazza San Giusto, che aveva preso due mesi prima della mia nascita. Abitavamo a Viareggio, il pomeriggio con mamma e con i miei fratelli raggiungevamo la città e aiutavamo babbo in libreria. Mi ricordo il guardiano della banca che stava tutto il giorno in piedi e io per tutto il pomeriggio gli giravo intorno, su e giù dagli scalini. Vedevo la gente che entrava in quel piccolissimo angolo pieno di libri: era il castello di mio padre e io mi sentivo la principessa della situazione».

Quella libreria era un posto frequentato?

«Nonostante fosse piccolo e stretto era diventato un luogo di ritrovo per tanti: in quei tempi anche una piccola libreria d'angolo poteva bastare per stare insieme e fermarsi a chiacchierare. Sul retro mio padre organizzava i primi incontri: mi colpiva starlo ad ascoltare perché si ricordava i cognomi di tutti i suoi clienti in base ai libri che avevano comprato. Per me è sempre stato il papà libraio che parlava di tutto con tutti, anche con chi non la pensava come lui e posso dire che questo mestiere me l'ha insegnato proprio lui. Ho imparato a destreggiarmi fra gli autori, a consigliare i titoli, a rapporti fin da piccola con le persone e ho capito che anche certi dialoghi a volte scendono così in profondità da diventare essi stessi dei luoghi del cuore».

Ne ha altri nei suoi ricordi di bambina?

«Di sicuro il prato di piazzale Arrigoni dietro al Duomo. Credo che quello sia stato il rifugio di tanti bambini: i miei, ad esempio, non ci lasciavano andare da soli sulle Mura e lì invece, protetti dagli edifici potevamo giocare. L'atmosfera sembra così austera, intoccabile quasi... e pensare quanti ragazzini abbiano calpestato il prato giorno e sera. Poi la fontana di Piazza Antelminelli, dove facevamo girare le prime barchette telecomandate.

Invece, da adulta, i luoghi del cuore di Lucca per lei son cambiati?

«Da grande, il mio luogo del cuore è diventato Corso Garibaldi, che mio padre definisce “il corso che si veste a primavera”. A 23 anni ho riportato in famiglia una libreria che avevamo perso, mi sono messa alla prova, proponendo eventi, incontri, migliorandola ogni giorno come mi veniva in mente. Era la mia libreria, anche se quella posizione non ci ha mai valorizzati: abbiamo fatto di tutto per valorizzarla, avevamo chiesto permessi per fare iniziative ma non ci hanno mai ascoltato. A livello commerciale quell'area è morta, dopo la chiusura della nostra libreria, tante altre attività se ne sono andate».

E ora invece siete ripartiti, in un altro modo, in un'altra zona.

«Sto imparando molto, questo lavoro ti apre la mente in modo particolare e in questo senso Lucca ti dà tanto. Il tipo di libreria che ho in mente può funzionare solo qua. Non immagino un luogo dove comprare cose e collezionare incontri, ma dove si fa un percorso di qualità in modo sincero, col sorriso.

Un posto dove le persone si trovano a proprio agio per parlare e per sviluppare idee. Sempre più oggi sono i cosiddetti non-luoghi ad essere frequentati, credo invece che sia nostro dovere capire quali siano gli aspetti che facciano sì che oggi si possa parlare di luoghi del cuore e fare in modo che anche in futuro si continui a chiamarli a così».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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