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Lucca summer festival: i due poeti incantano ancora
Il mito sale sul palcoscenico con Francesco De Gregori e Bob Dylan. Pubblico della grandi occasioni per la prima serata del festival
LUCCA. Cala il sole, ma continua a fare caldo nella sera che vira verso la notte, con il cielo che stenta a imbrunire mentre si accendono i riflettori colorati sul gigantesco palco che Maria Luisa di Borbone - al centro di piazza Napoleone - osserva con i gelidi occhi di pietra della statua a sua immagine e somiglianza collocata davanti al Palazzo Ducale. È la prima serata del Summer Festival 2015. Un caldo afoso, appiccicoso, che profuma di pop corn e sudore. La colonna sonora è rappresentata da canzoni che oltreoceano e poi nel resto del mondo hanno rappresentato, con la voce roca, inconfondibile, del suo interprete e autore, il grido di libertà degli anni Sessanta e Settanta, quelli della guerra in Vietnam e dei diritti civili. Così quella voce è diventata un mito, quello di Bob Dylan, che é tornato a Lucca per inaugurare il Summer del diciottesimo anno, quello della maggiore età, dopo aver tenuto a battesimo la prima edizione proprio in piazza Napoleone il 6 luglio 1998. Prima di lui, ad aprire la serata, il poeta Francesco De Gregori emozionato nel vedere il suo nome scritto sulla locandina sotto a quello di Dylan, uno dei miti della sua generazione.
"Il canto delle sirene" ha aperto il live... «Mio padre era un marinaio, partito molti mesi fa... Sará la voce delle nostre donne a guidare i nostri passi...». Osserva la platea: «Voi non sapete come sono felice ad essere qui questa sera». E giú il primo applauso intergenerazionale, dei tanti ragazzi under 25 che nell'attesa hanno intonato da "Alice" a "Generale". Loro che sono nati vent'anni dopo"Rimmel" che festeggia i quaranta e anche loro, ragazzi dell'era digitale che stanno riscoprendo i vecchi vinili, innamorati dei testi e della musica di questo menestrello. Ci sono i ventenni degli anni Settanta. «Viva l'Italia... Colpita al cuore, viva l'Italia, che non ha paura». Ovvero quando la poesia incontra la politica, «viva l'Italia che resiste».
Un capolavoro che racconta il nostro Paese e la nostra società, scritto nel 1979. Una fotografia di allora che si adatta perfettamente all'oggi, accolta con un'ovazione, quella di chi ancora cerca di resistere. C'è l'Italia che si innamora, l'Italia che si dispera, l'Italia che cerca un po' di fortuna, l'Italia della gente che lavora e cerca giustizia sociale, trasparenza, che dice basta alla corruzione. E quel tragico 12 dicembre che vide esplodere la bomba in piazza Fontana a Milano.
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«Dodici anni e il cuore pieno di paura.... Nino non aver paura a tirare un calcio di rigore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia», per quella “Leva calcistica del '68” che continua a incantare il pubblico dei concerti con i suoi accordi da ballata triste, ma con la speranza nel cuore. Canta Francesco, canta la sua storia musicale che passa da "Non c'è niente da capire", arriva a "Buonanotte fiorellino", vola "Sotto le stelle del Messico". Fa una pausa, poi risuona "La donne cannone" (con standing ovation) poi arriva"Rimmel", la poesia che emoziona e colpisce diritto al cuore una platea alla quale De Gregori ha regalato una storia musicale pulita, lineare, fatta di arrangiamenti perfetti. La "viva voce" calda di sempre. Non sembra proprio che siano passati quarant'anni.
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La pausa fra il live di De Gregori e il concerto di Bob Dylan - un colpo grosso di Mimmo D'Alessandro - è durata trenta minuti. Come previsto dalla rigida programmazione della serata. Fra il pubblico, come anticipato dallo staff, Zucchero e Cesare Cremonini, Milly Moratti e il fotografo Oliviero Toscani con la moglie. Sul palco il cambio degli strumenti mentre fra il pubblico in molti si chiedevano se il cantautore romano e Mr. Tamburine Man si fossero incontrati nel backstage. Era già notte quando sul palco quasi al buio Bob Dylan si è piazzato davanti al pianoforte con la sua armonica capace di modulare suoni sempre diversi.
Un brivido nella platea, fra brani conosciuti e altri meno (ma sempre classici delle rigide scalette dei suoi concerti, da "Things have changed" a "She belongs to me" e "Spirit on the water") sospesi fra rock e blues, con influenze jazz e folk, e contaminazioni musicali che con Dylan hanno attraversato cinque decenni. Sul maxi palco di piazza Napoleone una band polistrumentale molto affiatata, capace di suonare ricreando atmosfere un po' vecchio stile (anche con il contrabbasso) come accadeva negli anni Cinquanta. La voce è forse più roca di un tempo, ma inconfondibile, come il graffio che Dylan riesce a infliggere e che si ritrova negli album che accompagnano la sua lunghissima carriera. I 74 anni che porta sulle spalle non lo sfiorano, scorrono lievi e potenti al tempo stesso, come la sua musica. Applausi sempre generosi per una carrellata composta da una ventina di pezzi, aspettando almeno "Blowin' in the Wind" e qualche brano (come "Autumn Leaves") tratto dal recente album omaggio a Frank Sinatra. Un concerto di quelli "tosti", da ricordare per il personaggio che è l'esempio vivente di una musica viva e avvolgente.
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