Sicurezza
Uccise il capoufficio, Donatini: «Voglio espiare la pena in carcere»
Nel nuovo interrogatorio Massimo Donatini in lacrime sostiene che alcuni colleghi gli avevano detto che sarebbe stato licenziato
LUCCA. Vuol espiare la sua pena in carcere. Lo ha ribadito più volte al sostituto procuratore Antonio Mariotti durante l’ultimo interrogatorio avvenuto ieri mattina a San Giorgio alla presenza del perito del pubblico ministero, il professor Mauro Mauri, e dei suoi legali, gli avvocati Ornella Da Tofori e Fabrizio Ungaretti.
Massimo Donatini, 43 anni, dopo 77 giorni di detenzione nel penitenziario adesso è pienamente consapevole del male che ha fatto a se stesso, alla sua famiglia e alla famiglia dell’ex caporeparto Francesco Sodini. Ma in quei frangenti - quando la mattina del 7 aprile ha commesso l’efferato delitto ammazzando a colpi di pistola la persona di cui si fidava maggiormente in azienda - la sua mente obnubilata non riusciva a distinguere la verità dalla finzione. Ogni battuta dei colleghi di lavoro, ogni voce scherzosa proveniente dall’interno della Lucart veniva presa tremendamente sul serio. La crisi economica in cui versa il Paese associata a quelle telecamere installate in azienda, forse anche nel vano caldaia dove lui lavorava, per cogliere sul fatto dipendenti infedeli gli avevano creato uno stato d’ansia, d’angoscia interiore. Una tensione impalpabile vista dall’esterno, ma che internamente cresceva quando qualcuno - consapevolmente o inconsapevolmente - accennava a tagli o licenziamenti in vista.
[[atex:gelocal:il-tirreno:lucca:cronaca:1.11190383:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/lucca/cronaca/2015/04/07/news/uccide-il-caporeparto-e-si-consegna-operaio-di-una-cartiera-1.11190383]]L’ultimo interrogatorio. Lo aveva chiesto da tempo l’omicida. Inizia alle 11,10 e dura poco più di un’ora. E, almeno dalla parte dell’imputato, chiarisce gli aspetti rimasti sinora in ombra. Piange Donatini. Si vergogna di ciò che ha fatto ed è profondamente pentito. Non chiede pietà. Non punta ad ottenere misure alternative, men che meno gli arresti domiciliari. Sa che la sua vita è finita quella mattina assieme all’esistenza dell’ex capoufficio. E sa anche che niente e nessuno potrà risarcire i familiari della vittima privati per sempre dell’affetto e dell’amore di una persona cara.
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La malapasqua. Ma il caldaista della Lucart al pubblico ministero, durante l’interrogatorio, ha sostenuto che in quel momento l’omicidio per lui l’unica via d’uscita da una situazione che in azienda si era fatta invivibile specie per uno come lui che ci teneva in modo particolare alla considerazione degli altri sul luogo di lavoro dopo 25 anni passati alla Lucart. Donatini si fidava molto dei colleghi. E quelle voci su licenziamenti in vista per via dei furti avvenuti in azienda non gli facevano prender sonno. Lui qualche bullone, qualche cacciavite, qualche utensile effettivamente lo aveva preso. Ma roba che non serviva più e sempre chiedendo il permesso al suo diretto superiore: Francesco Sodini. E si è visto cadere il mondo addosso quando giovedì 2 aprile - l’ultimo giorno di lavoro prima delle festività pasquali - un paio di colleghi gli avrebbero detto che martedì 7 al suo rientro al lavoro avrebbe trovato la lettera di licenziamento. «Le telecamere ti hanno filmato: quando torni dalle ferie ti danno il ben servito». Uno scherzo che altri avrebbero preso come tale, ma che invece la mente fragile dell’operaio ha preso tremendamente sul serio. Imputando la responsabilità del suo allontanamento proprio al capo reparto in realtà all’oscuro di tutto. Ha partorito l’idea malsana che quel superiore che tesseva in continuazione le sue lodi in azienda in realtà voleva rovinarlo. E nei 4 giorni che lo separavano dal rientro in azienda ha pianificato il delitto.
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