Il dolore
Il sindaco e i suoi luoghi del cuore fra fiume e città
Alessandro Tambellini racconta i posti della sua formazione: Sant’Alessio, il centro storico di Lucca e il luogo dove ha portato la sua futura moglie
LUCCA. «Sindaco ha dei luoghi del cuore? Ce li racconti». «Sì, ma quanti? In 60 anni se ne accantonano un bel po’», risponde lui divertito. Inizia così l'intervista al sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, il primo ad aver accettato, nonostante la riservatezza che spesso lo distingue, di ripercorrere la sua storia privata e di condividerla in pubblico. Una lunga storia semplice, popolata da uomini della vita di tutti i giorni, attraverso le cui vicende, fatiche e ambizioni, Tambellini ha letto la storia più grande e costruito la sua identità, con quella visione sul mondo che parte sempre dal basso e dal piccolo e con quella ricerca ostinata dell'onestà a tutti i costi.
Se dico luogo del cuore a cosa pensa?
«Mi ritengo una delle persone più attaccate alle questioni lucchesi e questo lo devo alla mia storia personale. I contadini, e la mia è una famiglia contadina, per definizione sono attaccati alla terra, dunque neppure io, come mio padre e mia madre, mi sono mai troppo allontanato da Lucca. I luoghi del cuore sono quindi i luoghi della frequentazione usuale, non turistici né speciali. Sono i miei luoghi. Al primo posta cosa c'è? Il tratto di fiume che da Corte Pistelli va verso la curva prima di incontrare Ponte San Pietro. È stato il posto dove ho fatto il primo bagno, il mio mare è stato per tanti anni proprio quello, come per tanti lucchesi. Ci tuffavamo dopo la piana delle barche. Rivedo i miei zii, che erano tanti, dieci in tutto, la loro è stata una frequentazione mitica, io piccolo e loro così grandi, così adulti, così uomini. Da là poi si vede San Frediano...».
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Quanto è legato a Sant'Alessio?
«Moltissimo. Ma sono legato soprattutto a quei luoghi di Sant'Alessio: dopo il fiume, l'altro è Corte Pistelli, dove dal '600 c'è la casa di famiglia. Corte Pistelli è casa e la casa di Corte Pistelli rappresenta la mia vita: quei muri hanno visto tutto e sono felice che anche i miei figli siano nati lì. Una casa mitica. Senza dubbio è così. È il luogo della mia infanzia, per certi aspetti mitologica. È la casa della fantasia, delle grandi vicende personali. È il luogo dell'aiuto reciproco, della collaborazione, della solidarietà, della mia crescita e dei sogni detti ad alta voce: non ricordo giorno che non ci fossero ospiti a tavola, questo anche perché mio nonno non sopportava di mangiare da solo e quindi invitava sempre qualcuno. Mia madre cucinava come se gestisse un ristorante... non avrebbe avuto problemi ad aprirne uno!».
E del centro storico di Lucca cosa mi dice?
«Lucca è arrivata dopo, con la maturità. Figuratevi che quando dovevamo andare in città si diceva “venire a Lucca”, come se dovessimo intraprendere un viaggio, come se fosse qualcosa di lontano. Il mio mondo si trovava fuori dal centro. Ad esempio a Pieve Santo Stefano, all'altezza della chiesa: da quella collina quando è bel tempo si può intravedere perfino Livorno. È un luogo di quiete, di una bellezza incontrastata: lì portavo i miei amici che abitavano in centro e per tanto tempo ci ho accompagnato le persone che mi venivano a trovare da fuori, era un modo per dire loro “guardate che immensità il posto dove vivo”. Per non parlare della strada che da Pieve Santo Stefano porta a Mutigliano, quando c'era da fare colpo su qualcuno... ma non è quello il luogo che mi lega a mia moglie!»
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Ah no? Quale, allora?
(Sorride emozionato) «La prima volta che è venuta a Lucca (Maria Antonietta Palumbo, la moglie, è siciliana, ndr) l'ho portata in vicolo Tommasi, dietro la Chiesa di Santa Maria Bianca, perché il fascino sprigionato in quei pochi metri è tale da restarne avvinghiato per sempre come in un abbraccio stretto e rassicurante. È un posto quasi stendhaliano, poco conosciuto, uno scrigno dove il tempo scorre ad un'altra velocità. Un effetto simile me lo fa anche l'Orto Botanico, sarà perché si lega ad alcune delle più importanti leggende lucchesi».
Già la storia, le leggende, gli scritti, la scuola. La cultura, insomma, è così importante per lei?
«Posso dire che è la mia vita: tutto inizia nella Biblioteca statale, in piazza Santa Maria Corte Orlandini, dove ho studiato tanto. Rappresenta il fascinosissimo luogo della sedimentazione, della costruzione del sapere e dell'incontro. Qua ho conosciuto grandi intellettuali come Romano Silva, Gino Arrighi, Alberto Grassi. Così all'Archivio di Stato, dove mi sono imbattuto in Marino Berengo e nel suo straordinario “Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento”».
È qua che nasce la sua formazione?
«Ad essere sincero è nata prima: nei campi, al liceo, il “Vallisneri”, nei pranzi da Giulio in Pelleria. Era il Giulio prima di diventare “Giulio”: era il posto delle persone normali, dei lavoratori, degli operai delle piccole officine meccaniche che ancora esistevano nella zona».
Il lavoro ritorna sempre nelle sue parole, come la figura di suo padre. Perché?
«Perché è l'esempio più nitido di uomo pulito e libero che io conosca. Con mio padre avevo un attaccamento fortissimo, era un lavoratore instancabile, fino a 31 anni abbiamo fatto i contadini insieme, la terra lucchese l'ho macinata, rivoltata, toccata e sudata. Non mi ha trasmesso una formazione politica, quella è nata dopo. Per mio padre i politici erano dei ladri, aveva vissuto il fascismo e si era allontanato dalla politica. Mi ha dato però qualcosa di più: l'abitudine al lavoro, mi ha educato all'onestà e in questo senso sì, mi ha insegnato qualcosa che ha molto a che fare con il mio modo di fare politica. Perché la dedizione, l'onestà e il rispetto sono i tre punti fondamentali della mia azione di uomo e di sindaco. Col tempo la mancanza delle persone morte si sgretola, nel suo caso no. È l'unico per cui ancora oggi provo un desiderio intenso di vederlo, fosse anche solo per quindici minuti. Il tempo di un caffè e di una carezza».
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