Il Tirreno

Lucca

Guerra in tribunale per i bond argentini

di Luca Cinotti
Guerra in tribunale per i bond argentini

Lucca, una risparmiatrice chiede la restituzione di 213.000 euro. I primi due giudici le danno torto, la Cassazione riapre tutto

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LUCCA. L’Italia, l’Argentina, il Lussemburgo. Sono i tre vertici, da una parte all’altra del mondo, di una vicenda che vede contrapposti, nelle aule del tribunale, una signora lucchese e il Banco di Brescia. Oggetto del contendere, l’acquisto di oltre quattrocento milioni di vecchie lire di bond del paese sudamericano, diventati carta straccia. Ora, dopo due giudizi sfavorevoli per la risparmiatrice, la Cassazione ha rimandato la decisione alla Corte di Appello di Firenze.

Solo a un primo sguardo, infatti, questa vicenda è uguale alle tantissime che hanno visto coinvolti migliaia di risparmiatori italiani che si sono travati in portafoglio i tango-bond degli anni Novanta. Nel caso della signora lucchese, infatti, c’è una particolarità che rende il tutto molto più complicato: l’investitrice, per motivi di riservatezza, ha effettuato il proprio investimento attraverso la succursale lussemburghese dell’istituto di credito lombardo. Succursale presso la quale la donna aveva aperto un conto dal quale attingere a più riprese per comprare le obbligazioni argentine: prima 277.000 marchi tedeschi, poi 81.000 e infine altre 75.000. Il tutto dietro ripetute rassicurazioni, da parte del personale della banca, sull’assenza di rischi dell’investimento.

La storia, come sappiamo, ha avuto una conclusione ben divesa. E quando le obbligazioni non sono state rimborsate, la donna ha chiesto di riavere i soldi, facendo giudicare “vessatoria” la clausola che prevedeva l’applicazione del diritto lussemburghese anziché di quello italiano.

Una ricostruzione che sia il giudice civile di primo grado a Lucca nel 2007, sia quello di appello a Frienze nel 2012 non hanno accolto, segnalando anche il fatto che la clausola sulla competenza era stata accettata dalla signora con uno scritto di suo pugno.

Posizione ribaltata dalle sezioni unite della Corte di Cassazione. Secondo i giudici di legittimità, infatti, la succursale lussemburghese della banca non aveva «una propria struttura e autonomia gestionale, tale da renderla autonomo soggetto giuridico». La contraparte contrattuale della signora (nonostante la sua dichiarazione), dunque, era la sede italiana del Banco di Brescia. E saranno i giudici italiani a dover decidere se l’investitrice potrà avere indietro i 213.000 euro (più interessi) sfumati nel crack dell’Argentina.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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