La protesta
Il paracadute non si apre muore un alpino di 26 anni
Il militare si è schiantato ai confini dell’aeroporto lanciandosi da 1.300 metri Fatale potrebbe essere stata una corda che si è attorcigliata attorno al braccio
TASSIGNANO. Quelle corde del paracadute di emergenza attorcigliate attorno a un braccio potrebbero rivelarsi determinanti nell’inchiesta aperta dalla procura sulla morte del caporal maggiore Fabio Comini, 26 anni compiuti il 9 maggio scorso, residente ad Ascoli Piceno, il militare deceduto alle 11,30 di ieri mattina a causa di un lancio finito nel peggiore dei modi da un’altezza di 1300 metri durante un’esercitazione sopra i cieli di Tassignano. Si trovava assieme ad altri 5 commilitoni del IV reggimento alpini di Verona sul Pilatus Pc Porter, un velivolo civile, per un corso di paracadutismo con tecnica in caduta libera attraverso il procedimento denominato «Accelerated Free Fall», il metodo più efficace dove sin dal primo lancio l'allievo deve cercare di mantenere una corretta posizione stabile ed aprire autonomamente il paracadute alla quota stabilita. L’obiettivo? Ottenere l’abilitazione ai lanci con caduta libera. Assieme agli alpini c’era l’istruttore.
La tragedia. Comini e gli altri allievi arrivano all’aereoporto di Tassignano verso le 8 del mattino dopo essere partiti alle 7,15 dal centro di addestramento della Folgore di Pisa (il Capar) ed effettuano un’ora e mezzo dopo il primo lancio. Quello delle 11,30 doveva essere il secondo. Dopo aver ripiegato il loro paracadute principale (quello a vela, con attrezzature progettate negli anni Ottanta e ancora utilizzate negli Stati Uniti) e ricevute le necessarie istruzioni sono pronti per il secondo lancio. Salgono sul Pilatus e si posizionano verso la porta laterale del velivolo per poi lanciarsi, l’uno dopo l’altro, a distanza di meno di trenta secondi. Il militare di Ascoli è il penultimo della fila. Che qualcosa non va per il verso giusto se ne accorgono anche due istruttori di voli che si trovano posizionati nella zona adiacente al boschetto dove si consuma la tragedia. Perché nella fase terminale dell’atterraggio vedono che il paracadutista si sposta in modo anomalo di 400 metri rispetto alla posizione giusta da assumere. E perché la posizione non è quella corretta, la caduta non è controllata e l’apertura autonoma del paracadute non è completa. In sostanza, come dicono gli esperti, si forma una sorta di ferro di cavallo, un’ansa anomala e pericolosa.
Lo schianto al suolo. In venti secondi si consuma il destino del caporal maggiore Comini. Quando stabilisce che è il momento di aprire il paracadute c’è un inconveniente alla velatura principale. Se ne rende conto e aziona subito il dispositivo di emergenza. Ma qualcosa va storto. La vela principale, come avviene in questi casi, si stacca (è stata ritrovata in prossimità del corpo), ma il secondo paracadute - quello di emergenza - non si sarebbe srotolato del tutto. Una cima si ferma attorcigliandosi al braccio destro del militare formando una sorta di cono tra il busto e l’arto. Inevitabile quindi lo schianto al suolo sfiorando le cime degli alberi ai margini del boschetto che si trova alla fine della pista di atterraggio dell’aeroporto di Tassignano.
Soccorsi inutili. L’allarme scatta alle 11,40, ma è tutto inutile. Non è nemmeno così immediato trovare il corpo senza vita del paracadutista, che inizialmente i soccorritori pensavano di recuperare tra gli alberi, morto all’istante per il numero impressionante di fratture e le emorragie interne provocate dallo scoppio degli organi principali. Sul posto viene inviata l'ambulanza del 118. La misericordia di Montecarlo arrivata assieme ad una squadra dei vigili del fuoco. Ma è tutto inutile. Giungono i carabinieri di Capannori con il comandante della Compagnia, Giangabriele Affinito, e il magistrato di turno Aldo Ingangi. Arriva il colonnello Fabio Mattiassi, comandante delle forze speciali dell’Esercito. L’esercitazione è sospesa, viene avvertita la famiglia. I colleghi di Comini sono distrutti. Ma domani l’esercitazione riprenderà regolarmente.
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