Attenzione
Accoglienza diffusa per gestire i flussi dell’immigrazione
Il sottosegretario Manzione: «Il fenomeno non è transitorio e le norme non consentono respingimenti in mare»
LUCCA. Sono due i pilastri per dare risposte concrete ai problemi che comporta un flusso di immigrazione che non è episodico e momentaneo, ma un fenomeno che durerà negli anni: l’accoglienza diffusa sul territorio e la piena corresponsabilità nell’agire da parte di Stato, Regioni e volontariato. Non ha dubbi il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, che nella sua città di adozione (dove è stato magistrato per tanti anni) parla nella giornata inaugurale del Festival del Volontariato in corso al Real Collegio. Alla luce dei continui sbarchi e delle tragedie del mare, incrementati dalla drammatica situazione in Libia e in tanti altri Paesi dell’Africa e del vicino Medio Oriente, il dibattito con il sottosegretario serve quanto meno a riportare sui binari corretti un’informazione che, senza negare difficoltà e comprensibili paure, offre dati, riferimenti normativi e politiche che possono consentire di affrontare meglio la situazione.
«Comprendo i timori che anche a Lucca riscontro nell’opinione pubblica – dice Manzione – ma è utile per tutti ragionare in termini obiettivi. Non si può intanto scegliere tra accoglienza e respingimento; bisogna sapere che le norme ci obbligano al soccorso in mare e che se respingiamo i barconi andiamo incontro a nuove condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Né possiamo mandare le nostre navi in Libia perché sarebbe un atto unilaterale di belligeranza. E dobbiamo anche chiederci se sia da mettere in dubbio la necessità di spendere 300.000 euro al giorno per salvare la vita e accogliere 170.000 persone arrivate nel 2014».
I dati indicano che la situazione non è certo migliorata con il passaggio dal sistema Mare Nostrum al Triton.
«Con Triton disponiamo di una forza navale inferiore, mentre il flusso continua per la situazione in Siria, in Libia, nel Corno d’Africa e altre regioni del centro Africa, in parte determinata dalla destabilizzazione creata, ad esempio in Libia, anche andando dietro ad esigenze economiche di altre nazioni europee. I numeri ci dicono che gli arrivi sono stati 13.000 circa nel 2012, 43.000 nel 2013, 170.000 nel 2014. Nei primi tre mesi e mezzo del 2015 sono stati 18.500 contro i 20.000 dello stesso periodo dell’anno passato. Il trend propone stabilmente numeri alti e la pressione continuerà. Scontiamo il fatto che non ci sia stata in passato la dovuta considerazione per un fenomeno naturale e ineliminabile, che richiede di essere gestito, pensando tra l’altro che gli arrivi possono nel complesso arricchire la nostra società».
Al momento però molta gente esprime preoccupazione e protesta per problemi di sicurezza, per i costi dell’accoglienza e per presunte discriminazioni sulla concessione agli immigrati di soldi e benefici che invece non vengono dati agli italiani.
«Il numero degli arrivi impatta su strutture (scuole, casa, assistenza sanitaria, lavoro) già in crisi a livello interno e certe reazioni sono inevitabili. Ma l’unica risposta possibile è il piano di gestione ordinaria deciso dalla conferenza Stato-Regioni, in base al quale ogni Regione mette a disposizione posti in percentuale per l’accoglienza, dopo il primo soccorso dato dallo Stato. Un modello che stiamo esportando in altri Paesi europei. Certo non possiamo sentirci poi dire, come accade in questi giorni, che la Val d’Aosta ha un solo posto, o restare inerti di fronte al fatto che su 8.000 comuni solo 450 accolgono gli immigrati o i richiedenti asilo. Senza sottovalutare e senza drammatizzare, occorre uno sforzo per incrementare l’accoglienza diffusa. Il governo non può imporla per legge, ma deve fare il possibile per persuadere che la risposta giusta non sono i megacentri di accoglienza, eredità pesante del passato, né può lasciare che il 30% dei nuovi arrivi si fermi in Sicilia. Mercoledì si riunisce di nuovo il tavolo che dovrà prendere decisioni.
«Teniamo intanto presente che l’economia che ruota intorno all’immigrazione è sana. L’episodio di Roma, sul quale la magistratura deve fare piena chiarezza, non deve portare a generalizzazioni errate: nell’accoglienza si trovano abnegazione, sacrifici e a volte anche atti di eroismo. Sono stati dimezzati gli importi che lo Stato versa alle coop che si aggiudicano la gestione dell’accoglienza e le cifre di oggi non consentono margini di guadagno reali, una volta pagato il personale. Ci può essere lucro in economie di scala, ma non ci saranno più centri che ospitano anche 4.000 persone. E’ bene anche far cessare la novella metropolitana dei 35 euro al giorno che lo Stato darebbe agli immigrati. Questa cifra rappresenta il costo dell’accoglienza, non viene versata agli assistiti. A differenza, ad esempio, di altri Paesi europei. Ma noi non intendiamo seguire questa linea».
Cita spesso l’Europa, che pare davvero interessarsi poco del fenomeno e dei costi che rappresenta per il nostro Paese.
«Consideriamo che i grandi flussi migratori toccano sostanzialmente sei Paesi europei. Tra questi, ad esempio, la Germania che ha flussi d’ingresso sette volte superiori ai nostri. Ci battiamo perché anche in Europa passi il principio dell’accoglienza diffusa, ma la situazione non è percepita nello stesso modo da tutti i membri. I quali poi non possono accusarci di far arrivare sul loro territorio i richiedenti asilo non identificati in Italia. Sono tante le persone in fuga da guerre e atrocità che fanno di tutto per non farsi identificare qui, anche per i tempi delle procedure che li costringono a rimanere a lungo nei centri di accoglienza. Se altri Paesi non fanno la loro parte, anche potenziando le strutture, come abbiamo fatto, non cesseranno i tentativi di fuga dall’Italia verso altre destinazioni».
E’ stato di recente in Niger. Per quale motivo e con quali risultati?
«In quel Paese c’è ancora un governo stabile, disposto a portare avanti, se sostenuto, una politica di accoglienza. Potrebbe avvenire lì la valutazione del diritto di asilo, dopo la quale far partire verso i Paesi desiderati chi fugge dalle atrocità. La stessa possibilità c’è in Sudan, ora spetta alla Commissione Europea valutare il da farsi».
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