Il Tirreno

Lucca

Donatini incontra la moglie in carcere

di Luca Tronchetti
Donatini incontra la moglie in carcere

Lucca, primo contatto tra i coniugi dopo il tragico martedì dell’omicidio del caporeparto. Cellulari e computer in mano ai Ris

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LUCCA. Sabato mattina Deborah Bianchi ha incontrato nel carcere di San Giorgio il marito Massimo Donatini a quattro giorni dal delitto del caporeparto Francesco Sodini. Accompagnata dall’avvocato Ornella Da Tofori, la donna ha varcato la soglie del penitenziario poco dopo le 10,30 e da sola si è diretta in parlatorio per incontrare il coniuge reo confesso dell’omicidio volontario premeditato. È stato un colloquio breve, com’era previsto dalla richiesta presentata al giudice, ma intenso. La moglie del caldaista è una donna forte e coraggiosa e ha cercato di non lasciarsi travolgere dall’emozione. Ha evitato di parlare di quanto è accaduto soffermandosi sul bambino, il lavoro, i saluti dei parenti. L’operaio le è sembrato sereno. Sta bene, almeno apparentemente. Ma al momento non è consapevole del male che ha arrecato a due famiglie. E non è possibile capire come reagirà una volta realizzato di aver assassinato, con la cinica freddezza di un killer legato a un’associazione mafiosa, un compagno di lavoro che conosceva da vent’anni. Al momento l’avvocato Da Tofori non rinnoverà al pm Antonio Mariotti e al gip Riccardo Nerucci la richiesta di attenuazione della misura per il suo assistito dal carcere ai domiciliari. Prima di fare un passo del genere attenderà che le indagini si siano concluse e di poter entrare in possesso degli atti. Non è da escludere poi che si avvalga di un consulente tecnico. L’impressione è che, a livello processuale, a pesare su questa tragica vicenda saranno le perizie di accusa, difesa e parte civile.

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Le indagini. Saranno i carabinieri del Ris ad effettuare i rilievi sui proiettili, l’arma del delitto e gli accertamenti sui movimenti dei computer e dei telefonini sequestrati alla vittima e al carnefice. La squadra Mobile, diretta dal commissario Virgilio Russo, ha concluso i suoi accertamenti: omicidio volontario premeditato commesso per futili motivi. L’ossessione di Massimo Donatini di essere spiato nel luogo di lavoro «perché alla fine - ha detto agli inquirenti - mi volevano licenziare». Per l’operaio quelle telecamere le avevano messe nella zone della caldaie esclusivamente per lui. Che in passato aveva preso bulloni, viti, cacciaviti della cartiera chiedendo il permesso di farlo e che invece, stando al suo racconto, gli sarebbero stati contestati come furti. Circostanze probabilmente partorite dalla sua mente, ma che qualcuno sul lavoro gli aveva fatto credere. «Mi hanno preso in giro per vent’anni» ha detto Donatini parlando anche con il suo legale. Segno che l’operaio era vittima di scherzi, sicuramente innocui, ma che con il passare del tempo hanno pesato sulla sua personalità. L’impressione degli inquirenti è che quella lettera di licenziamento che era sicuro di trovare al suo rientro dal lavoro fosse solo frutto della sua ossessione.

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