La manifestazione
Il commento - Delitto di Lucca: l'abisso che separa Facebook e la realtà
Pubblico accusatore, giudice e boia. Tre figure in uno, tre abiti che a tanti piace indossare al riparo di una tastiera per commentare l'ultimo fatto di cronaca nera
Pubblico accusatore, giudice e boia. Tre figure in uno, tre abiti che a tanti piace indossare al riparo di una tastiera per commentare l'ultimo fatto di cronaca nera. L’omicidio di Lucca, con l'operaio Massimo Donatini che ha ucciso il proprio caporeparto Francesco Sodini, non ha fatto eccezione. A rendere del tutto particolare questo caso, però, è l'abisso che separa le “motivazioni” del gesto emerse il primo giorno («Avevo paura mi potesse licenziare») da quelle assodate nelle ore successive, con uno scherzo che ha trovato terreno fertile nei meandri di una mente umana.
E c’è un abisso anche fra la realtà come si sta venendo a delineare e i commenti apparsi sui social network, dove il triangolo accusatore-giudice-boia l'ha fatta da padrone. Verità sentenziate come fossero scolpite nella roccia, sentenze inappellabili emesse dopo una camera di consiglio con se stessi di qualche secondo. Qualcuno, nei confronti dell'assassino, invoca la pena di morte. Altri si augurano che la chiave della sua cella venga buttata via. Ma c'è anche - e sono tanti - quelli che dietro l'espressione «avrà avuto le sue ragioni», salvacondotto verso la giustificazione di qualsiasi gesto, affermano categoricamente che la vittima era l'autore di un mobbing, di angherie, di sopraffazioni. «Più è grande il potere, più pericoloso l'abuso... ognuno si assuma le proprie responsabilità», scrive un utente. Tutto chiaro, tutto netto: non ci sono spazi per le ombre, men che mai per l'ombra di un dubbio, con buona pace di Cartesio.
Spazio ce n'è invece, e in abbondanza, per la cattiveria, vera matrice comune dei commenti, e non solo su questa vicenda. Una cattiveria che trova radici nell'esasperazione e nella crisi e che porta ad allargare il tiro in maniera sconsiderata. Più d'uno ha chiamato in causa le condizioni dei lavoratori dopo il Jobs act. E un sindacalista afferma che (testuale) «quello che è avvenuto a Lucca con l'uccisione del caporeparto della ditta Lucart, oltre ad essere il frutto della disperazione sociale, dimostra anche che oggi il sindacato con il lavoro precario e frantumato in appalti, subappalti, false cooperative, interinale, ecc... è stato scientificamente indebolito». Ogni occasione, anche la più tragica e assurda, è buona per sfogarsi, per rafforzarsi nella propria rabbia.
E con le voci che dissentono (perché ci sono anche quelle), che invitano se non a una maggiora razionalità almeno a un umano senso di pietà, non c'è dialogo che vada oltre lo sfottò e l'insulto. Perché il paradiso della comunicazione globale è, per molti, un inferno della soggettività, dell'isolamento, dell'autorafforzarsi nelle proprie opinioni anche se, come nel caso dell'omicidio di Lucca, si dimostrano costruite sulla sabbia. Per questo quando è emersa la possibilità del tragico scherzo più d'uno ha detto di non crederci, di pensare che comunque sotto ci deve essere qualcos'altro. Nonostante la stantia metafora dei social come “nuovi bar”, la discussione è poco più che un'illusione e rischia di essere sganciata dai fa. tti, come l'omicidio di Lucca ha dimostrato.
Tutti siamo pronti a mettere un "mi piace" sotto l'ultimo post che parla di papa Francesco. Ma poi, al dio di Misericordia dei vangeli dimostriamo di preferire quello vendicatore del Vecchio Testamento. A patto che la sua spada si abbatta su qualcun altro.
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