Il dolore
Era convinto di essere spiato dal capo
L’ossessione del licenziamento nata dalle prese in giro dei colleghi all’origine dell’omicidio commesso da Donatini
LUCCA. Una serie di voci, scherzose ma prese sul serio, su possibili controlli e mancanze che potevano portare al licenziamento: è questa la pista seguita dagli inquirenti come movente dell’omicidio di Francesco Sodini. A spingere Massimo Donatini a finire il caricatore della pistola sul caporeparto-amico pare proprio sia stata l’ossessione di essere cacciato dal lavoro. Dopo venticinque anni passati alla cartiera Lucart di Porcari, per Donatini, 43 anni, caldaista, l'idea di essere licenziato dall'azienda che aveva dato il pane anche al padre e di doversi giustificare con la moglie si è fatta strada nella sua testa, mandando il cervello in una sorta di cortocircuito permanente. E in una persona caratterialmente fragile le chiacchiere dei colleghi circa l'esistenza di telecamere nascoste - installate anche in sala caldaia - per cogliere sul fatto dipendenti "infedeli" che sottraevano cacciaviti, bulloni e altri utensili o che invece di lavorare se ne andavano a prendere il caffè, leggevano il giornale e usavano l’iPhone hanno creato nell’operaio uno stato d’angoscia e sono servite da innesco per far esplodere la furia omicida.
Nella mente del caldaista è maturata, giorno dopo giorno, l'idea che quelle videocamere - in realtà installate dalla cartiera Lucart per controllare i macchinari e già dismesse un mese fa - fossero state messe lì proprio per incastrarlo. Per Donatini l'unico ad aver accesso libero in quella zona era il caporeparto: Francesco Sodini, 52 anni. Una figura amica per l’omicida che, in pubblico, tesseva in continuazione, anche con i superiori, le sue lodi. Ma dopo quelle voci sentite tra i colleghi, nella mente di Donatini era sorta l'idea che in realtà il suo capo non lo proteggesse abbastanza: non avendolo avvertito della presenza delle telecamere nella zona caldaie, ha pensato, in realtà Sodini voleva rovinarlo. Un'idea insensata la sua, smentita da tutti, ma che lo ha portato a commettere il delitto e a distruggere in pochi istanti la vita di due famiglie.
L’ipotesi prevalente. In queste ore si fa strada l’ipotesi che le battute, gli scherzi di alcuni compagni di lavoro su presunti controlli nei suoi confronti siano stati presi sul serio dall'operaio, incapace di discernere la realtà dalla finzione. Sarebbe bastato verificare se quelle telecamere fossero veramente installate per controllare gli operai per capire che la storia dei licenziamenti era uno scherzo e che non ci sarebbero stati in ogni caso i presupposti per la fine del rapporto. Invece sin dalle prime dichiarazioni ai carabinieri e al magistrato il caldaista è sembrato realmente convinto che al suo rientro a lavoro - il 7 aprile alle 14 - avrebbe trovato sul tavolo una lettera di licenziamento. «Nei mesi scorsi avevano messo delle telecamere in sala caldaie: volevano sorprendermi mentre rubavo qualcosa e anche per prendermi in giro». Queste le dichiarazioni prese a verbale dai carabinieri al momento dell'arresto. Per gli investigatori a spingere Donatini al punto di non ritorno l'ultima cena aziendale, mercoledì scorso, non a caso il primo aprile, giorno degli scherzi per eccellenza. Qualcuno avrebbe di nuovo parlato di un possibile licenziamento per giusta causa. «Al tuo rientro troverai la lettera» parole che l’omicida ha detto di aver udito senza capire che erano pronunciate per scherzo. Sta di fatto che hanno avuto nell'operaio un effetto dirompente.
Omicidio pianificato. Nelle vacanze pasquali l’ossessione è cresciuta e Donatini ha pianificato tutto.
Secondo il racconto fornito agli investigatori l'ex carabiniere ausiliario nel giorno di Pasquetta, coincidente con quello del compleanno del figlio, trova la pistola Glock calibro 9x21 detenuta dal padre e custodita nell'armadio blindato. Assieme all'arma si impossessa di una manciata di munizioni e si mette in tasca revolver e proiettili. Finita la festa di compleanno fa un sopralluogo in piazza Salvo d'Acquisto a S. Filippo per vedere dove si trova l'abitazione di Francesco Sodini. E individuare un luogo - la siepe - dove nascondersi al momento di entrare in azione. Come un automa il mattino successivo alle 5,30 indossa una tuta, un k-way e un berrettino e dice alla moglie Deborah che va a correre. Al lavoro sarebbe andato nel pomeriggio. In realtà prende la pistola e per verificarne la funzionalità si ferma in un campo vicino a Camigliano, dove esplode tre colpi (con un metal detector i militari del reparto operativo sono andati sul luogo per recuperare e repertare le ogive). Alle 7 di martedì dopo aver percorso 8-9 chilometri Donatini si trova di fronte all'abitazione del caporeparto. Lì attende che esca. Passano pochi minuti e Sodini - appena chiamato in azienda - esce e si incammina verso l’auto. Lì viene raggiunto dai sei colpi. Cerca di fuggire, ma crolla a terra e viene freddato con altri sette colpi sparati dall'operaio. A quel punto l’omicida si allontana senza che nessuno - neanche la moglie della vittima, Maria Pia Manfredini, 52 anni, che si era affacciata alla finestra sentendo gli spari - lo veda in faccia. Si presenta poco dopo al Comando dei carabinieri: «Sono venuto da voi - dice - perché immaginavo di trovarvi già aperti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
