Il Tirreno

Lucca

Massimo, l’operaio diventato killer

Massimo, l’operaio diventato killer

Sgomento e incredulità alle Pianacce di Camigliano dove l’assassino conduceva una vita tutta casa e lavoro

2 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. C’è sgomento, incredulità e sconcerto alle “Pianacce”. Massimo Donatini abita proprio lì, in quell’agglomerato di case e corti che si snoda lungo la strada che collega la località allo Stradone di Camigliano. Massimo, operaio caldaista alla Lucart di Porcari, vive con la moglie, Deborah Bianchi, e il figlioletto piccolo, in una casa ristrutturata da poco, che si affaccia sulla via, a poche decine di metri dall’istituto scolastico comprensivo.

Ieri mattina, davanti alla sua abitazione, c’erano un’ambulanza e un gruppo di persone che stentavano a credere a quanto accaduto.

Una comunità sotto shock, già messa a dura prova da un altro dramma, a gennaio, causato dalla morte di Michael Petrini, tredici anni, anche lui delle “Pianacce”, investito da un’auto sullo Stradone.

Massimo, insieme al fratello Mario, di poco più grande, in quella zona è cresciuto, anche se i genitori (anche il padre aveva lavorato in cartiera) abita a qualche centinaia di metri di distanza.

Un uomo tranquillo, gentile. Così lo descrivono in paese. Tranquillo da sempre, fin da ragazzino, quando frequentava i coetanei del paese. Arrivato il momento della leva, aveva deciso di prestare servizio nei carabinieri.

Nell’Arma aveva imparato a usare le armi, a montare e smontare la pistola d’ordinanza, ricordano gli amici.

Dopo il periodo di leva, era arrivato prima il lavoro alla Lucart di Porcari che lo aveva assunto 25 anni fa, poi la famiglia creata con Deborah, molto conosciuta a Camigliano e Segromigno in Monte, dove gestisce una lavanderia in località “Indiana” e dove si è sempre distinta nelle iniziative portate avanti dai paesani e dai commercianti del Centro Commerciale Naturale.

Infine, la gioia del primo figlio, che solo pochi giorni fa ha festeggiato il compleanno.

Insomma, un’esistenza normale. Raramente parla del suo lavoro, mai lo si è sentito lamentarsi di questo o quel collega e neanche i massacranti turni notturni sembravano pesargli troppo.

In apparenza, dunque, nessun segnale della crisi interiore che lo ha portato a sparare per ben tredici volte contro il caporeparto della Lucart Francesco Sodini, con il quale lavorava da tempo.

Chi lo conosce, dice che Massimo è sempre stato un uomo tutto casa e lavoro.

Non lo vedono mai neanche al Bar Olimpico, il locale lungo lo Stradone luogo di ritrovo per tanti camiglianesi, che vi si fermano a prendere un caffè andando o tornando da lavoro.

Qualcuno lo ha incontrato lunedì, mentre faceva un po’ di jogging per le vie del paese.

Un saluto veloce, come tante altre volte era capitato. Niente che facesse presagire quanto accaduto solo poche ore più tardi.

Arianna Bottari

Andrea Giorgi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze