Il Tirreno

Lucca

Si cercano col metal detector i bossoli esplosi prima del delitto

Il medico legale sul luogo del delitto e nei riquadri, dall'alto, la vittima Francesco Sodini e l'omicida Massimo Donatini
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Il medico legale sul luogo del delitto e nei riquadri, dall'alto, la vittima Francesco Sodini e l'omicida Massimo Donatini

Lucca. Fissata l'udienza per la convalida dell'arresto di Massimo Donatini, l'operaio caldaista che ha ucciso il caporeparto. Ancora verifiche sul movente del temuto licenziamento: ma l’impressione è che gli investigatori stiano  seguendo anche una pista diversa

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LUCCA. E' fissata per giovedì 9 aprile alle 9 l'udienza di convalida dell'arresto di  Massimo Donatini, l'operaio caldaista di 43 anni della Lucart di Porcari che intorno alle 7 di mattina di martedì 7 aprile ha aspettato il caporeparto Francesco Sodini, 51 anni, e l'ha freddato davanti alla sua abitazione scaricandogli addosso tredici bossoli della pistola.

Gli altri quattro, il resto del caricatore, Donatini ha raccontato di averli sparati, per provare l'efficienza dell'arma, sul percorso che ha fatto a piedi da casa sua a Camigliano fino a via Sandei a Lucca (circa dodici chilometri), dove abitava la vittima. Gli inquirenti stanno cercando i bossoli utilizzando un metal detector nel punto in cui Donatini, durante l'interrogatorio, ha raccontato di averli sparati. Lo scopo è anche di poter confrontare i bossoli sparati lungo la strada con quelli esplosi sul luogo del delitto.

Il giudice Riccardo Nerucci sta intanto prendendo visione del fascicolo aperto sulla vicenda.

Le indagini procedono. Rimangono ancora da chiarire punti oscuri e tasselli da sistemare per stabilire il movente dell’omicidio di Francesco Sodini. Gli inquirenti della polizia guidati dal commissario Virgilio Russo e quelli dei carabinieri che agiscono seguendo le direttive del maggiore Giangabriele Affinito e del capitano Paolo Floris stanno cercando di arrivare alla verità. Il racconto di Massimo Donatini non convince del tutto. Il caldaista della Lucart di Porcari ha dato la sua versione in due occasioni. Dapprima quando si è presentato in Cortile degli Svizzeri e ai carabinieri ha confessato l’omicidio, poi nel pomeriggio nel carcere di San Giorgio interrogato dal sostituto procuratore Antonio Mariotti alla presenza del suo avvocato, Ornella Da Tofori. Anche al magistrato a cui è affidata l’inchiesta Donatini ha spiegato di aver sparato (la polizia ha ritrovato 13 bossoli, 7 colpi sono stati sparati sulla vittima a terra) perché temeva di essere sul punto di perdere il lavoro. Pensava che stesse per arrivargli la lettera di licenziamento, dopo venticinque anni passati alle dipendenze dell’azienda che ha sede a Porcari.

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Un racconto che tuttavia cozza con i riscontri raccolti finora, segnatamente con quanto hanno riferito i colleghi di Sodini e Donatini.

Non risultano screzi tra i due. Mai una parola di troppo. Anzi, Sodini si fidava ciecamente del collega, molto bravo, esperto e volenteroso al quale affidava volentieri gli incarichi più importanti. Era insomma il suo braccio destro alla Lucart, una persona verso la quale provava stima e della quale si fidava ciecamente.

E allora, cosa è successo? L’impressione è che gli investigatori stiano lavorando seguendo una pista diversa. Per tutta la notte sono rimaste accese le luci negli uffici della squadra mobile della questura e nel comando provinciale dell’Arma.

Riscontri di ogni genere, in attesa della giornata di oggi che potrebbe segnare una svolta chiarificatrice. Il pm Mariotti chiederà la convalida del fermo al gip, mentre domani il medico legale Stefano Pierotti effettuerà l’autopsia.

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