Proteste
Minacce gravi al giudice, Facebook fa resistenza
Lucca, ritardi dal social nel dare i profili dei responsabili di espressioni intimidatorie nei confronti del magistrato che condannò un carabiniere per un pestaggio
LUCCA. Si sbagliava la procura se credeva di risolvere in poche settimane il caso delle minacce via web al giudice che aveva condannato un carabiniere accusato di lesioni gravi nei confronti di un ladro che aveva arrestato. Perché Facebook, il social networtk creato da Mark Zuckerberg, oppone resistenza alla richiesta inoltrata dalla pg dei carabinieri e alla polizia postale che pure, la seconda settimana di marzo, aveva già acquisito alcuni profili di utenti che su siti internet, blog e sulla pagina Fb «Io sto con il carabiniere» non si sarebbero limitati a criticare la sentenza di condanna o ad usare un linguaggio colorito o di pessimo gusto, ma avrebbero usato espressioni minacciose nei confronti del giudice Carlo Annarumma. Minacce di fare del male che riguarderebbero non solo il magistrato, ma anche i suoi familiari. Per avere certezza dell’identità degli autori e poter procedere all’invio degli atti alla procura di Genova competente (la vittima del reato è un appartenente alla magistratura) la pg ha inoltrato la richiesta a Facebook Italia delle famose Ip per verificare se al nome dell’autore delle minacce corrisponda effettivamente colui che le ha inviate su siti, testate giornalistiche, blog e pagine Fb. Perché a volte chi ha commesso il reato di minaccia grave potrebbe essersi fatto schermo con un profilo falso di un utente realmente esistente o attraverso un nome di fantasia. Morale? Ai solleciti della polizia giudiziaria si risponde con nuove richieste di documentazione. L’impressione degli inquirenti è che non ci sia alcuna intenzione di fornire le Ip almeno dal nostro Paese. E a quel punto sarebbe necessaria una rogatoria internazionale.
Un caso, fatte le debite proporzioni, che ricorda da vicino le minacce gravi a Silvio Berlusconi. Un fascicolo aperto dalla procura di Roma sul gruppo di Facebook «Uccidiamo Berlusconi». Anche in quel caso per accertare l’identità degli autori delle minacce di morte il pm che coordinava il gruppo reati criminalità informatica fu costretto ad agire tramite rogatoria internazionale. Il server su cui gira Facebook è a Palo Alto, in California e dunque l'Italia non può intervenire direttamente. Contrariamente a quanto avvenne per il caso delle minacce a Berlusconi sulle pagine Fb gli amministratori hanno rimosso le espressioni intimidatorie nei confronti del giudice e non si è resa necessaria la chiusura della pagina «Io sto con il carabiniere». Se non lo avessero fatto sarebbe stato necessario accompagnare la rogatoria con la richiesta di sequestro preventivo. E in quel modo si perdono tutti i dati relativi alla pagina e dunque risulta impossibile risalire agli utenti che l'hanno realizzata. La domanda sorge spontanea: cosa aspetta il Parlamento a varare norme che impediscano ai social di poter violare senza rischi il codice penale?(l.t.)
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