Sicurezza
«A messa con un pacco di pasta» Il vescovo: è allarme povertà
In tutto 1.435 persone nel 2014 si sono rivolte ai centri di ascolto della Caritas diocesana di Lucca Un richiedente aiuto su due è italiano, ma la situazione peggiore è quella di bambini e ragazzi
LUCCA. Ci sono mille e più storie di povertà dietro al resoconto pubblicato dalla Caritas diocesana lucchese. Come quella di una famiglia lucchese tranquilla, marito e moglie con una piccola impresa e figli in tenera età. Gente del ceto medio e magari qualcosa in più, finita velocemente in disgrazia. L’azienda va male e chiude, la depressione del marito sfocia nell’alcolismo e lui se ne va. Lascia la moglie e i bambini. Lei da sola non ce la fa: per questo si rivolge a un centro di ascolto della Caritas. Come altre 1.434 persone nel 2014.
Dati allarmanti, poco conta che, sulla carta, i numeri dei richiedenti aiuto sia di poco diminuito rispetto al 2013. Perché tanta parte di quanti si ritrovano in una situazione di povertà, spiegano la direttrice della Caritas Diocesana Donatella Turri ed Elisa Matutini, sociologa, che ha scritto il rapporto basato sui dati forniti dai centri di ascolto dell’intera diocesi, «ci sfugge. La gente si vergogna della propria condizione di indigenza e si nasconde, si isola. Anche per tanti anziani funziona così».
Il vescovo Italo Castellani non nasconde la preoccupazione. La riflessione viene spontanea: «mentre si sta per aprire l’Expo dedicata al cibo, c’è grande bisogno di cibo intorno a noi», dice. E spontaneo giunge anche il suo invito, rivolto alla gente comune, il vicinato, persone che nel loro piccolo possono fare tanto per aiutare chi ha bisogno. Il vescovo così invita «chi viene a messa la domenica a lasciare un pacco di pasta o di biscotti, del latte a lunga conservazione o altri generi alimentari nel cesto della chiesa. Un gesto del genere oltretutto ha un grande contenuto formativo per la famiglia che lo esegue, in particolare per i suoi soggetti giovani».
Il vicinato infatti, concordano Donatella Turri ed Elisa Matutini, può avere un ruolo determinante. «Invitiamo le persone ad attivarsi - spiegano -. Anche aiutare i genitori in difficoltà nella cura dei bambini, offrire loro una sponda se hanno bisogno di un consiglio o di una guida, può essere fondamentale. Cerchiamo spesso di costituire cordoni di solidarietà informale intorno ai nuclei familiari in difficoltà. Ed è un sistema che funziona».
Rimangono però i numeri, molto alti, molto importanti, a tratteggiare una realtà di indigenza che va oltre, probabilmente, quanto il comune cittadino con una vita tutto sommato normale, accettabile, possa immaginare.
Intanto la Caritas smentisce il luogo comune che siano solo i cittadini immigrati a chiedere aiuto. «Una persona su due che si rivolge ai centri di ascolto è italiana», afferma Donatella Turri. Ci sono anche famiglie straniere in situazioni di bisogno, è ciò che soprattutto preoccupa è il fatto che spesso si tratta di nuclei residenti sul territorio da anni, aiutati a camminare con le proprie gambe e poi ricaduti.
Il motivo prevalente è il lavoro, perso o troppo precario, la stabilità economica crollata, per italiani e stranieri. Qualche dato? Il 56% di quanti si rivolgono ai centri di ascolto hanno un’età fra 35 e 54 anni, ancora giovani, quindi. Il 59,23% di quanti chiedono aiuto riferisce di non essere seguito dal servizio sociale pubblico, molto spesso anche perché non vi si sono rivolti. La situazione più grave rimane quella dei bambini che vivono in povertà. I più esposti, spiega la Caritas, al rischio del domani: dell’abbandono scolastico, di non avere formazione professionale e non trovare mai un lavoro vero. Di non avere mai, in una sola parola, la speranza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google