Il Tirreno

Lucca

Violenza economica, se l’uomo nega pure i soldi

di Nadia Davini

Aumentano i casi denunciati all’ambulatorio del codice rosa, indaga la finanza Ci sono donne che lavorano per il marito e non ricevono neanche un euro

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LUCCA. Gestire tutto, a partire dai soldi. Controllarle le entrate e le uscite, anche i pochi spiccioli che servono per comprare il pane o quelli non preventivati, ma necessari, come lo sono i soldi – a volte tanti – che se ne vanno per le medicine. Farle pesare le spese per le cure mediche al punto da evitarle e renderla completamente dipendente da te per qualsiasi decisione che riguardi la propria vita e la gestione economica della casa.

Si chiama violenza economica, una variante – diffusa e subdola – della violenza domestica, perpetrata nella stragrande maggioranza dei casi dai mariti e dai fidanzati contro le donne. Mogli, madri o compagne che siano. Una realtà diffusissima a Lucca, al punto che la dottoressa Piera Banti, referente per il codice rosa dell'Asl, ha voluto inserire nella task-force di infermieri, dottori, assistenti sociali, psicologi e forze dell'ordine anche la Guardia di Finanza.

«Siamo stati i primi in Toscana a coinvolgere nel percorso del codice rosa anche la Guardia di Finanza – ha spiegato alla Pia Casa durante l'ultima lezione del corso “Io non ho paura” -. Questo perché lavorando tutti i giorni al pronto soccorso e seguendo in prima persona i casi di codice rosa ci siamo accorti quante siano le donne che insieme alle botte denunciano uno stato di violenza quotidiana che ha come principali protagonisti il lavoro e i soldi». Una violenza silenziosa, come lo è quella domestica, che spesso non lascia segni fisici evidenti, ma drammi interiori insanabili. «Chi subisce violenza economica non è detto che venga anche fisicamente picchiata dal proprio compagno – ha continuato Banti – Magari sono donne che arrivano al pronto soccorso in preda a un attacco di panico o con una forte crisi d'ansia e nel corso della visita cominciano a raccontare i dettagli della propria situazione, l'incubo di vivere un'esistenza dove si è continuamente rimproverati e tenuti sotto controllo per qualsiasi spesa». È violenza economica il sottrarre alla donna il suo stipendio, l’impedirle qualsiasi scelta nei confronti della gestione nell’economia familiare, l’obbligarla a lasciare il lavoro o l’impedirle di trovarsene uno, ma anche il costringerla a firmare documenti, a contrarre debiti, ad avviare progetti economici (a volte truffe), con l’ansia e la paura per la propria condizione e per quella dei propri figli unite all’autocolpevolizzazione. «Mi è capitato di visitare donne che lavoravano nell'attività di proprietà del marito e non percepivano lo stipendio, oppure guadagnavano a nero o non ricevevano i contributi. Una vera e propria forma di violenza, in cui la privazione dell’indipendenza economica brucia come uno schiaffo e ferisce come un insulto. Le donne in questione manifestano un senso di frustrazione costante accompagnato dalla paura di non essere più capaci di bastare a se stesse. Il codice rosa ci insegna a riconoscere chi abbiamo di fronte. Il riconoscimento è tutto, ci permette di instaurare un rapporto di fiducia col paziente e di far emergere situazioni che altrimenti resterebbero nascoste. Grazie al lavoro di squadra siamo riusciti a diventare un punto di riferimento e a dare un'alternativa a tante persone, attestandoci su una media di un ingresso al codice rosa al giorno, con picchi di accesso durante la notte e nel fine settimana. E cioè quando le famiglie si riuniscono».

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