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L'appello sbagliato al popolo
Con grande sprezzo del pericolo il capocronista della Nazione sul giornale di venerdì - a proposito del carabiniere condannato e della conseguente campagna denigratoria nei confronti del giudice, ampiamente ospitata nelle cronache di Lucca del suo quotidiano -, scrive: «Ci sono momenti storici, come questo, in cui la sentenza vera non la stabilisce il tribunale, bensì un'altra legge ancora più sacrosanta: quella del sentimento popolare». Testuale.
Al Tirreno fa piacere che la Nazione abbia finalmente messo nero su bianco qual è stato il sentimento che ha animato la sua battaglia in favore del carabiniere condannato. Tale sentimento è: farsi giustizia da soli, in nome del popolo. E poi nel nome di quale popolo? Anch'io faccio parte del popolo e penso che l'affermazione del capocronista della Nazione sia pericolosa. In base a questo principio ciascuno di voi può andare colla mannaia sotto al palazzo di giustizia e chiedere di mozzare qualche testa. In democrazia i giudici fanno i giudici, i giornalisti i giornalisti e le funzioni non si mescolano. È quel che ha scritto il Tirreno quando era chiaro che la battaglia in favore del carabiniere era invece una forma subdola di propaganda qualunquista e razzista.
C'è poi un passaggio un po' volgare dentro il commento pubblicato ieri. Eccolo: «E siamo fieri di aver dato il fatto in pasto all'opinione pubblica, seppure qualcuno rosichi perché lo abbiamo fatto in piena libertà, esercitando il legittimo diritto di opinione».
Quindi le informazioni non si offrono al lettore, ma si danno in pasto, come se i lettori fossero dei cani affamati. Ecco, non è una questione di stile neanche questa. È una differenza sostanziale che, con orgoglio, rivendico in favore del Tirreno.(om)
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