Gioco
Le mani lisce, la moralità, la temuta “ fruga” all’uscita
I figli delle sigaraie: lavorare qui significava sottostare a regole ferree
LUCCA. All’uscita le sigaraie, tutte insieme erano una moltitudine, anche duemila. Uscivano lentamente per via dei pali di ferro piantati nel selciato di cemento, era impossibile non ammassarsi o spingersi. Passata l’ultima fila c’era ancora una barriera: il semaforo. Se era verde si proseguiva e si scendeva in strada, in via Vittorio Emanuele. Se diventava rosso, la prima della fila veniva presa da parte, nella stanzetta attigua all’ingresso, e perquisita. Lo scopo? Verificare (a campione) se qualcuna (o qualcuno) dei dipendenti della Manifattura Tabacchi si fosse portata via del tabacco, piuttosto che un sigaro o una sigaretta.
Quella perquisizione era la “fruga” come la chiamavano in Manifattura. Un’esperienza «molto umiliante - sottolinea Domenico Bertuccelli, figlio di una sigaraia e guida per due giorni nel sito industriale -. Le donne erano costrette a spogliarsi completamente anche quando erano mestruate». All’inizio del ’900 per una foglia di tabacco trovata in tasca si veniva licenziati, in seguito puniti con i giorni a casa senza salario.
Le sigaraie, le tabaccone, le tabacchine. C’erano tanti nomi per descrivere una categoria di donne che a Lucca era molto tenuta in considerazione. «Perché erano donne emancipate - spiega ancora Bertuccelli insieme a Simonetta Simonetti, altra guida alle visite nell’ex Manifattura e figlia di sigaraia -, sostenevano la famiglia perché sul loro lavoro si poteva contare. In città - continuano - le sigaraie godevano di credito assoluto: a fine mese per i commercianti i loro stipendi erano soldi sicuri».
Siamo solo all’inizio di questo breve tour della Manifattura alla vigilia della partenza dei lavori che trasformeranno la parte lungo via Vittorio Emanuele in centro di cultura. L’ultima occasione per vedere la Manifattura com’era, per respirare - anche se sono passati vent’anni dalla chiusura di questo sito industriale - gli ultimi ricordi di una storia di vite e di lavoro cominciata nel 1892 quando il ministero delle Finanze acquistò l’enorme complesso fatto realizzare in origine da Castruccio Castracani nel secondo decennio del quattordicesimo secolo per adibirlo a fortezza. Nel millecinquecento i locali furono usati come magazzino dell’Offizio sopra l’Abbondanza, la magistratura cittadina che si occupava dei rifornimenti per fronteggiare le carestie.
Nell’Ottocento divennero fabbrica dei tabacchi. L’altra parte del sito era occupata da un convento di suore domenicane che portò avanti la propria funzione per trecento anni. Lo espropriò Elisa Baciocchi, che vi fece nascere un istituto per l’educazione di ragazze di buona famiglia.
Dall’ingresso si passa al grande spazio che era la mensa. Era di mezz’ora esatta il tempo per mangiare, quaranta minuti complessivamente fra venir via dal proprio posto, consumare il pasto (in tempo di guerra si consumavano in prevalenza cibi a base di prodotti della terra) e tornare al lavoro.
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Lavorare nella Manifattura significava, spiegano le guide, sottostare a regole molto rigide. Non si poteva parlare ad alta voce, era vietato bere anche acqua durante le ore di lavoro (il liquido poteva sversare sul tabacco e gonfiarlo) ed era vietatissimo il turpiloqio. La morale era il secondo presupposto inconfutabile per le sigaraie oltre la conformazione delle mani, che dovevano essere lisce e agili. Era previsto infatti che per essere assunta come sigaraia una ragazza esibisse un certificato in cui il parroco dichiarava la moralità sua e della sua famiglia.
Si esce dalla mensa e, attraversando un cortile interno, si accede all’immenso locale della lavorazione del tabacco.
Qui stavano anche i “marnoni”, racconta Luciano Bracciali,dipendente in pensione della Manifattura, ovvero cassoni utilizzati per la fermentazione del tabacco. All’epoca della lavorazione, i soffitti del locale erano rivestiti di un materiale che assorbiva sia il suono che gli odori: dal tabacco che fermentava esalava ammoniaca.
Questo era il reparto maledetto della Manifattura. «Le sigaraie - riportano le guide - raccontavano che chi lavorava alla fermentazione aveva vita breve. Nel 1905 fu disposta un’indagine ministeriale per verificare se la fermentazione fosse nociva. Il medico che la portò a termine affermò che non c’era nulla da temere. Non era assolutamente vero. L’esito dell’indagine fu pilotato. Chi lavorava in fermentazione moriva a forza di respirare i vapori dell’ammoniaca»
Sirio Dianda, altro dipendente della Manifattura in pensione dal 2002, ricorda anche i momenti di gioia, come la Befana della Manifattura per i figli dei dipendenti. Era un grande momento di gioia per quei bambini. Dagli anni Quaranta la manifattura era stata dotata di asilo nido e scuola materna, oltre che di colonie estive (a Cervia e Trento) sempre per i figli dei dipendenti. Sul posto di lavoro le sigaraie con i bimbi al nido potevano allettare: venivano chiamate ogni quattro ore.
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