Il Tirreno

Lucca

Cani e pesci morti nel condotto della vergogna

di Barbara Antoni
Cani e pesci morti nel condotto della vergogna

Rifiuti di tutti i tipi nell’alveo del fosso che arriva in centro a Lucca e che ora è asciutto per lavori

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LUCCA. Un’altra morìa di pesci nel condotto pubblico. Stavolta le carcasse sono concentrate nel tratto del fosso in prossimità dell’ex Manifattura e del parcheggio Cittadella. Saltano all’occhio dei passanti tutti quei pesci, molti già esanimi e molti altri boccheggianti. Infatti sono proprio alcuni passanti i primi a dare l’allarme. Il Wwf, attraverso il suo esponente Domenico Verducci è la prima associazione ambientalista a dire la sua: «Si poteva evitare questa ulteriore morìa?». Se fosse un film, questa sarebbe la fine, l’effetto di una serie di cause. Prima c’è molto altro, c’è una storia intera da raccontare, lunga quanto il condotto pubblico, da Vinchiana fino al centro storico di Lucca.

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Intanto la premessa: se il livello dell’acqua nel fosso si è drasticamente abbassato causando la morte dei pesci per anossia la causa stavolta è conclamata: sono in corso lavori di manutenzione straordinaria in un tratto di cinque chilometri del fosso e l’afflusso dell’acqua è chiuso da Saltocchio. La manutenzione (leggi: massiccia ripulitura del letto del condotto) è compiuta da privati e propedeutica alla costruzione di tre centraline (le prime tre, poi ce ne saranno altrettante) per la produzione di energia elettrica.

Dalla premessa passiamo alla storia vera, che è la parte assolutamente più triste. Perché racconta la vergogna, quella vera, di un’inciviltà radicata in una parte di popolazione e del silenzio di sa che dentro al condotto pubblico, che lambisce per chilometri case e vite umane, c’è tutto quello.

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Il nostro viaggio parte da Vinchiana, dove il fosso nasce da una deviazione del Serchio. Scorre a valle, attraversa Ponte a Moriano con una portata abbondante e acque tutto sommato pulite: altrimenti le papere non ci sguazzerebbero così volentieri.

A Saltocchio, in corrispondenza della Toscopaper, questo paesaggio quasi idilliaco si interrompe bruscamente: le paratie chiudono il passaggio dell’acqua e il fosso diventa limaccioso, il livello dell’acqua è inizialmente sui dieci centimetri per poi abbassarsi a due-tre non di più.

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Lo scempio si incontra da Marlia, all’incirca dietro l’Esselunga. Roba da abbassare lo sguardo e pensare di essersi sbagliati. Nel condotto c’è di tutto: accando a bottiglie di vetro e di plastica, accanto a sacchetti di varia dimensione e di vario tempo di stazionamento nell’acqua putrida (lo stato della plastica, i colori più o meno sbiaditi, tradiscono il tempo di ammollo), ci sono cerchioni di ruote, scatole e anche la carcassa di un cane di taglia media, ormai gonfio, senza pelo e semi mangiato da chissà quali animali. Siamo nella zona dei capannoni dove lavorano operai che sbucano fuori infreddoliti.

Proseguiamo il viaggio, seguendo il percorso dei lavori per la ripulitura del condotto.

Tappa numero uno al Molino di mezzo, futura sede di una centralina. Lì il condotto è stato pulito, isolato per starci a lavorare. Ma un chilometro più avanti, il fosso divenuto discarica è un’immagine che colpisce, una spettacolo che indigna.

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Nello slargo che il condotto forma all’ex Cucirini Cantoni Coats ci sono cumuli di rami affastellati intrecciati con sacchi di plastica, ancora bottiglie, cerchioni, pneumatici. Sul fondo semiasciutto ma ancora da ripulire giacciono pezzi di eternit, scarpe, mobili spezzati, sacchi pieni di abiti abbandonati di recente (gli abiti sono ancora asciutti) e tutto questo per uno spazio molto grande. Uno spettacolo che offende il passante e la storia di una fabbrica che ha significato la vita per moltissimi lucchesi. La gente passa, guarda e non dice niente: forse si sarà abituata.

Ancora avanti, terza tappa in via della Canovetta, dietro la Metro. Ci realizzano un’altra centrale e anche lì il fosso è asciutto, hanno ricostruito il letto (con il calcestruzzo) e lo hanno impermeabilizzato per evitare infiltrazioni nei muri delle abitazioni. Ma dalle sponde di pietra del condotto pubblico che attraversa l’abitato spuntano, a più riprese, tubi che grondano scarichi domestici, non bianchi ma neri. L’odore che gli scarichi esalano del resto, lascia poco spazio all’immaginazione: in quel tratto, precisamente fra le case, i giardini e la gente in bicicletta, il fosso è una fogna a cielo aperto.

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Ultima tappa: via Lucio Papa III, una strada stretta, parallela alla più frequentata via delle Ville. Le due strade sono separate dal condotto pubblico, che in questo punto, nell’economia del nostro viaggio, dà il peggio di sé. Qui il condotto, praticamente asciutto, è un contenitore industriale di rifiuti di lungo periodo. Il livello della discarica nella quale fanno bella mostra sacchi e plastiche varie, bottiglie, lattine, palloni, sedie, mattoni, pneumatici, di eternit, termosifoni, sanitari, vestiti e scarpe è talmente alto da riempire tra un terzo e metà dell’alveo. I rifiuti ormai si sono impastati con la melma: hanno formato un ammasso, una poltiglia informe.

Quanto ai poveri pesci morti vicino l’ex Manifattura, non sarà né immediata né automatica la loro rimozione. Sul condotto insiste una doppia giurisdizione: il condotto è sotto l’egida della Provincia, ma scorre sui territori comunali di Lucca e Capannori. I Comuni competono per il territorio, non per il corso d’acqua. Francesco Raspini, assessore all’ambiente di Lucca dice che venerdì 20 febbraio scriverà alla Provincia chiedendole di provvedere a rimuovere le carcasse, che al momento galleggiano e quindi occupano il condotto, non il territorio di Lucca.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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