Sicurezza
«La vita in carcere, un paradosso»
I lacci tagliati, la pastiglia vietata: la testimonianza di Ayali, detenuto al S.Giorgio
LUCCA. «Non posso avere i lacci interi delle mie scarpe nuove, li tagliano perché se con questi ci impicchiamo la responsabilità potrebbe ricadere su chi controlla e governa in questo luogo. Al contrario posso tenere delle robuste lenzuola, non è un problema! È previsto dalla legge. Se mi impiccassi con queste nessuno verrebbe chiamato a risponderne. Peccato però che non si tenti di capire il motivo per il quale tanti ragazzi decidano di farla finita quanto si trovano in questo carcere». La testimonianza arriva da Ali Ayali, detenuto da tre anni nel carcere San Giorgio. Dal carcere, scrive per raccontare la realtà che vive ogni giorno. «Non posso tenere e utilizzare matite semplici o colorate - continua -: quasi che colorare un foglio bianco rappresenti una libertà eccessiva, fuori luogo. È possibile, però, fissare le mura, passeggiare su e giù nei corridoi senza una meta o uno scopo. In altri termini, quotidianamente, il carcere ti sottopone a una sottile ma efficace forma di alienazione della persona, per renderla una sorta di robot privo di sentimenti ed emozioni. Non è possibile assumere una pastiglia per il bruciore di stomaco al bisogno: è tutto omologato, prestabilito con modalità e tempi precisi. E se per caso cerchi di dare un senso a tutto ciò e magari, com’è successo a me, conservi la pastiglietta per assumerla quando è veramente necessario, vieni sanzionato ed esci 75 giorni dopo dal carcere: “pastiglia per il bruciore di stomaco detenuta illegalmente”, ma nella realtà dei fatti consegnatami dal personale medico e di riferimento interno al carcere. Che grande paradosso e incongruenza! Chi avrebbe mai creduto che nel carcere succedesse questo in maniera gratuita e inverosimile…».
«Le regole - aggiunge Ali Ayali - in realtà esistono e dovrebbero essere tradotte in “regolamento” interno accessibile a tutti e nella “carta dei diritti e dei doveri” anch’essa accessibile a tutti i detenuti. Ma anche in questo caso l’arbitrio e il nonsenso sono talmente forti che, malgrado si tratti di un obbligo, la carta dei diritti e doveri nonché, il regolamento, non sono previsti, alla faccia delle norme e della giustizia. Quasi a dire che un detenuto non è più niente, non debba più pensare o agire secondo regole che dovrebbero valere per tutti».
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