Il Tirreno

Lucca

Mutui ai dipendenti, Crl evita la maximulta

di Luca Cinotti
Mutui ai dipendenti, Crl evita la maximulta

L’Inps chiedeva quasi cinque milioni per i prestiti erogati a tassi di favore. La Cassazione ha messo la parola fine, dando ragione all’istituto di credito

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LUCCA. È una storia che affonda le radici fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta. Ma che avrebbe potuto avere conseguenze pesanti e attualissime sulle finanze della Cassa di Risparmio Lucca Pisa e Livorno, alla quale era arrivata una cartella esattoriale da quasi cinque milioni. La parola fine sulla vicenda l’ha messa la Corte di Cassazione, che ha dato ragione alla banca, chiudendo così una vicenda più che trentennale.

Il tutto ruotava sui mutui ipotecari concessi a tasso agevolato dall’istituto di credito ai propri dipendenti nell’arco di tempo fra il 1977 e il 1993. Secondo l’Inps, infatti, il “differenziale” fra il tasso di interesse praticato ai normali clienti e quello applicato ai dipendenti era da considerare alla stregua di una parte del reddito del lavoratore, sulla quale calcolare i contributi previdenziali. Come del resto avviene dopo la riforma del 1995, che fa rientrare nello stipendio il 50% della differenza fra i due tassi.

Proprio partendo da questo assunto Equitalia, per conto dell’Inps, aveva fatto pervenire alla Cassa (nel frattempo entrata all’interno del gruppo Banco popolare) una maxicartella di pagamento: fra crediti contributivi e varie somma aggiuntive il conto si fermava alla cifra di 4.794.595 euro.

La banca, ovviamente, ha deciso di opporsi e di chiedere l’intervento dei giudici. Che per tre volte - fino alla sentenza della Cassazione depositata lo scorso 16 gennaio - le ha dato ragione.

Sei giudici di merito (in primo grado e in appello) avevano ragionato sul fatto che il tasso agevolato concesso ai dipendenti fosse “fuori mercato”, quelli della Cassazione hanno ragionato sul fatto che la legge prevede che siano considerate retribuzione le cifre che hanno origine nel contratto di lavoro. Secondo i magistrati, infatti, la decisione di praticare tassi di favore ai propri dipendenti è una «autonoma determinazione» della banca.

Inoltre, la Cassazione fra presente che questo non è un comportamento che, in linea di principio, vale solo per id dipendenti, «praticando le banche una politica di ampia personalizzazione delle tariffe rispetto ai singoli clienti e alle specifiche situazioni concrete». Con la conseguenza che «il semplice fatto che la banca avesse previsto, in caso di mutui concessi ai propri dipendenti, l’applicazione di tariffe di un certo favore, non evidenziava di per sé che essa non avesse agito nell’ambito discrezionale delle sue facoltà».

Oltre a rigettare il ricorso dell’Inps la Corte di Cassazione ha condannato l’istituto previdenziale a pagare le spese alla Cassa di risparmio, contabilizzate in 12.100 euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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