Il Tirreno

Lucca

IL GIORNO DELLA MEMORIA

Mister Erbstein, quando il calcio cancella gli orrori

di Nadia Davini e Luca Tronchetti
La Lucchese stagione 1933-34. Erbstein è il primo a sinistra insieme alla squadra in occasione della promozione in B
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La Lucchese stagione 1933-34. Erbstein è il primo a sinistra insieme alla squadra in occasione della promozione in B

Nel museo di Lucca United si ricorda la vita del tecnico rossonero perseguitato dai nazisti

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LUCCA. Quest’anno per ricordare l’Olocausto il giorno della Memoria parla di sport. Perché la shoah non ha risparmiato nessuno e in quel drammatico periodo della storia dell’umanità lo sport era espressione di propaganda politica e ideologica e per molti atleti e dirigenti divenne strumento di resistenza al nazismo. Martedì 27 gennaio alle 17 nella sede museo di Lucca United, dietro alla curva Ovest dello stadio Porta Elisa, verrà ricordata la storia di Erno Egri Erbstein, grande allenatore ebreo ungherese che per primo portò in Italia il metodo WM guidando la Lucchese, per la prima volta nella sua storia, in serie A e successivamente costruendo la leggenda del Grande Torino sconfitto solo da un tragico destino a Superga. Una vita affascinante, insieme bellissima e tragica, quella del grande insegnante di calcio.

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A narrarla sarà la figlia, Susanna Egri, ballerina e coreografa di danza classica di fama mondiale. L’iniziativa - voluta dall’istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea diretta da Luciano Luciani - è stata organizzata da Comune, Provincia e scuola della Pace in collaborazione con Lucca United, l’associazione dei tifosi rossoneri sempre vicina ai temi storico-sociali e culturali e che cerca di cambiare il calcio attuale mettendo il tifo sano e partecipativo al centro del suo progetto. L’iniziativa sarà replica mercoledì alle 9,30, sempre al museo storico della Lucchese, per gli alunni delle scuole superiori. E sempre domattina alle 9,30 una corona di fiori sarà deposta al Monumento ai Caduti in piazza XX Settembre.

Vita da film. La vita del grande tecnico magiaro sembra la sceneggiatura di un film d’avventura. Da studente di educazione fisica con il calcio nel sangue ad agente di borsa attirato dalle sirene d’Oltreoceano e finito sul lastrico per la grande depressione che nel 1929 mise in ginocchio gli Stati Uniti al suo ritorno nel calcio come allenatore-psicologo capace di esportare un nuovo modello di gioco e creare squadre vincenti. Travolto dalle leggi razziali, fatto prigioniero dai nazisti e portato in un campo di lavoro Erbstein riesce a fuggire e a darsi alla macchia per poi essere salvato dalla fucilazione dalla figlia Susanna, crocerossina, che riesce a portarlo all’ambasciata svedese a Budapest e da lì, grazie all’interessamento del cavalier Ferruccio Novo - il presidente del Torino che aveva mantenuto i contatti con l’ex allenatore consentendogli di lavorare, prima di finire prigioniero dei tedeschi, come commerciante di un import-export di tessuti - il rientro in Italia per costruire la squadra più forte del mondo: il Grande Torino di Mazzola, Loik, Menti, Gabetto, Bacigalupo, Castigliano, Maroso, Rigamonti e gli altri splendidi atleti. Una squadra leggendaria che con il suo «architetto» verrà sconfitta dal tragico destino in un drammatico pomeriggio di maggio con l’aereo di ritorno da Lisbona che si schianta contro la basilica di Superga.

Il Porta Elisa la casa di Erbstein. Intitolare lo stadio all’allenatore che per primo portò la Lucchese in serie A. Una proposta lanciata dall’ex sindaco di Barga e storico, Umberto Sereni, all’amministrazione comunale che la figlia Susanna Egri ritiene naturale per il profondo affetto che suo padre aveva per Lucca corrisposto dai lucchesi, sportivi e non, che lo adoravano. Il distacco infatti fu traumatico come ricorda ancora la grande ballerina che del padre conserva, oltre ai tani ricordi, l’ultima bambolina regalatale, quella trovata sui resti dell’aereo caduto a Superga: «Una sera tornò a casa e stringendomi con le sue mani grandi mi disse “bambina mia,domani partiremo per Torino, è meglio così».

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Non poteva più restare a Lucca. Il potente federale Carlo Scorza, uno dei membri del gran consiglio del fascismo e che era il deputato di riferimento della Lucchesia, era stato chiaro: le leggi razziste dovevano essere applicate. Nessuno escluso. E il cattolico ungherese Erbstein aveva nonni ebraici e non poteva più restare. «Io ero cresciuta cattolica - racconta Susanna Egri - mentre mio padre si definiva agnostico. A scuola ero la prima della classe e ad un tratto mi dissero che non potevo più frequentare le scuole pubbliche perché avrei inquinato la sana gioventù fascista. Avevo 12 anni e mi crollò il mondo addosso». Il settimanale lo «Sport Illustrato» in un trafiletto comparso tra la fine di marzo e gli inizi di aprile del 1938 riportò la notizia dell’addio di Erbstein alla Lucchese legandola a presunti motivi di salute: «Il tecnico rossonero lascia la squadra per recarsi a Sanremo a curare una fastidiosa infiammazione al nervo sciatico e il suo posto viene preso dall’ex nazionale Umberto Calligaris».

Una pietosa bugia. Erbstein non poteva più restare. A rischio c’erano la sua incolumità e soprattutto quella della sua famiglia. «In realtà c’era una proposta del presidente del Torino, Ferruccio Novo. - racconta la grande coreografa - Personaggio influente gli aveva assicurato la sua protezione. Ma la nostra vita in Piemonte durò meno di un anno. Gli eventi precipitarono e nel 1939 mio padre era diretto a Rotterdam per allenare la squadra della città sostituendo un tecnico magiaro amico. Non ci arrivò mai: sul passaporto venne posto un timbro con la scritta “Juden Verboten”, il marchio d’infamia. Così mio padre decise di portare tutta la famiglia a Budapest dai parenti dove ci mantiene lavorando come commerciante in un negozio di stoffe grazie all’interessamento di Ferruccio Novo. Il 19 marzo 1944 con l’occupazione nazista rischiamo più volte la deportazione e la camera a gas». Il tecnico viene internato in un campo di lavoro dove riesce a fuggire evitando una tragica fine capitata a tanti connazionale.

Il legame con Lucca. Erbstein sbarca a Lucca nel 1933. Voluto dal presidente-costruttore Giuseppe Della Santina. In uno dei suoi viaggi di lavoro era stato invitato a Bari per assistere ad una partita di serie A. E a guidare la squadra pugliese c’era proprio Erno Erbstein. Della Santina rimase talmente affascinato dal gioco armonioso dei biancorossi che decise di conoscere il tecnico e ne ricavò un’impressione ancora maggiore. Lo ingaggiò con un contratto in bianco perché l’allenatore magiaro lasciava la serie A per la Prima Divisione (l’allora serie C).

E in tre stagioni portò la Lucchese in A per la prima volta nella sua storia lanciando grandi campioni come il portiere Aldo Olivieri (che vinse i mondiali del 1938), Michelini, Andreoli, Rosellini e Marchini, che approdarono in club titolati (Roma, Milan, Bologna, Lazio) vincendo campionati o guadagnandosi convocazioni nelle nazionali azzurre. E con lui in panchina la Lucchese conquistò il settimo posto in A nella stagione 1936-37, miglior piazzamento nella storia rossonera.

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