Il Tirreno

Lucca

Mercatone, 80 posti di lavoro a rischio

di Luca Cinotti
Mercatone, 80 posti di lavoro a rischio

L’azienda ha presentato la richiesta di pre-concordato, ma entro due mesi si potrebbe arrivare al fallimento

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LUCCA. Ottanta posti di lavoro a rischio e un marchio storico, quello del “Mercatone Uno”, che potrebbe sparire dalla Lucchesia. Il gruppo con sede a Imola, in provincia di Bologna, ha chiesto il concordato preventivo a causa delle pessime condizioni economiche dell’azienda. Ma - secondo quanto emerge dai resoconti societari - la prospettiva potrebbe essere ben più traumatica, con la possibilità di arrivare nel giro di uno o due mesi addirittura all’autofallimento.

L’azienda emiliana, per decenni leader nella vendita di mobili, elettrodomestici e complementi d’arredo, nella nostra zona può contare sui due punti vendita di Lucca (sulla Sarzanese a Sant’Anna) e Altopascio, all’uscita dell’autostrada Firenze-Mare. Grandi magazzini nei quali, spiegano le segreterie provinciali di Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, lavorano circa 80 persone. In qualche caso da 15 o 20 anni. Ora per questi dipendenti, che già sono sottoposti ai contratti di solidarietà, si è aperta una fase di grande incertezza, da quando - spiegano ancora le organizzazioni sindacali - «Mercatone ha presentato istanza di concordato preventivo “in bianco”». Questo strumento giuridico permette, in sostanza, di “prenotare” il concordato, riservandosi di presentare successivamente il piano finanziario e documentazione allegata, in un periodo (determinato dal giudice) che al massimo può arrivare a sei mesi.

Alla base della richiesta i dati del preconsuntivo 2014, che attestano un debito complessivo di circa 425 milioni di euro, di fronte a un drastico calo del fatturato. «Purtroppo - scrivono i sindacati - la notizia non ci ha sorpreso perché avevamo già compreso negli ultimi mesi che la situazione aziendale stava rapidamente degenerando. Negli ultimi tre anni abbiamo sottoscritto accordi sindacali per l’utilizzo dei contratti di solidarietà, che dovevano avere lo scopo di consentire un processo di riorganizzazione dei punti vendita, tale da rilanciare l’azienda e renderla competitiva e contenere, al contempo, il costo del lavoro per salvaguardare l’occupazione. L’immobilismo, la mancanza di iniziativa anche sul piano commerciale, hanno invece caratterizzato l’andamento degli ultimi tre anni, contribuendo ad aggravare gli inevitabili effetti della crisi economica».

Elementi che si trovano, in parte, anche nella relazione che Alessandro Servadei, presidente della società capofila “M. Business”, ha presentato al consiglio di amministrazione per ottenere il via libera alla richiesta di concordato: «Il buon avvio del 2014 ha cominciato a subire un ridimensionamento nel mese di luglio 2014 e un brusco peggioramento in agosto e settembre. Anche i mesi successivi, purtroppo, hanno confermato questa tendenza negativa dovuta a fattori macroeconomici particolarmente avversi». Servadei poi spiega ancora più nel dettaglio: «Il periodo estivo 2014 è stato caratterizzato da un calo dei consumi non immaginabile, soprattutto nelle proporzioni, e cio ha avuto un impatto negativo sulle vendite del Gruppo e le misure i stimolo del governo per sei miliardi non hanno avuto gli effetti sperati».

Visti i conti, con l’indebitamento crescente e una parallela mancanza di liquidità sempre più grave, alla società non è rimasto che scegliere fra due alternative: il concordato e l’autofallimento (o, eventualmente, l’amministrazione straordinaria per le grandi aziende in crisi).

Di fronte a questo dilemma, la scelta è caduta sulla prima possibilità. In parte - ha spiegato Servadei di fronto al cda - per evitare un boomerang dal punto di vista della reputazione che sarebbe stato inevitabile chiedendo il fallimento. E in parte perché viene notata una sostanziale “indifferenza” fra le due procedure dal punto di vista finanziario, visto che comunque non si poteva pensare di chiudere improvvisamente i punti vendita, per una questione di costi.

Il documento del cda spiega anche che saranno decisive le prossime 4-8 settimane. Le possibilità sul tappeto sono quelle dell’ingresso di un socio (che porti liquidità) e della concretizzazione della garanzia promessa dalla società “CVE srl”. Ma se all’interno di questo arco di tempo queste possibilità dovessero cadere, e non fosse possibile trovare altre fonti di risorse finanziarie, si scrive già che il consiglio di amministrazione «procederà senza indugio alla richiesta di autofallimento o di ammissione a una procedura per le grandi imprese in crisi».

Se questo è lo scenario più fosco, non è che l’accesso a un concordato faccia dormire sonni più tranquilli. Sempre nello stesso documento del cda, infatti, si esplicita che saranno necessarie «riduzioni di costi e organico e chiusure di punti vendita». Di più, si spiega che è stato individuato già «un perimetro ridotto di punti vendita sui quali fondare il rilancio dell’attività».

Situazione nerissima, di fronte alla quale le segreterie provinciali dei sindacati, oltre a chiedere l’apertura di un tavolo nazionale e a esprimere preoccupazione per il pagamento della solidarietà, hanno proclamato lo stato di agitazione del personale, con la possibilità di promuovere «ogni eventuale iniziativa di mobilitazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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