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«Vendeva carburante rubato a Livorno», benzinaio nei guai
Nato a Barga e residente in città è accusato di ricettazione ventuno le persone sotto inchiesta per il mercato illecito
LUCCA. Un mercato al dettaglio, parallelo e illegale, alimentato da migliaia di litri di carburanti non tracciati, gestito da un sistema criminale governato dalla “banda degli autisti”: una cricca capace di taroccare i carichi di gasolio, kerosene, nafta e benzina al momento del rifornimento nel piazzale della raffineria Eni di Livorno con la compiacenza di chi avrebbe dovuto controllare le quantità, per poi rivendere il prodotto sottratto a gestori infedeli di aree di servizio sparsi sul territorio. È questo - secondo la Procura della Repubblica - il sistema “benzina fantasma”, l’inchiesta coordinata dal pubblico ministero livornese Massimo Mannucci nella quale sono indagate 21 persone, per lo più autotrasportatori, per i quali è stato chiesto il processo che si discuterà in Tribunale a metà gennaio. Coinvolto anche Nicolao Bernardini, 48, nato a Barga ma residente a Lucca, accusato di ricettazione continuata perché avrebbe venduto il carburante rubato nella sua stazione di servizio.
Le accuse. Al centro del sistema sette persone: Walter Federicis e Valerio Moschin, dipendenti della Cts e responsabili del piazzale, Gianfranco Priore, dipendente della Siti.cem Maintenance service e per questo attivo all’interno dello stesso piazzale della raffineria Eni e quattro autisti Sandro Voliani, Federico Nannini, Davide Di Salvo e Gianluca Casettori Cantini.
Nei loro confronti l’accusa è pesantissima: associazione per delinquere perché - si legge nel capo d’imputazione - in qualità di autotrasportatori, scambiandosi reciprocamente informazioni allo scopo di evitare o eludere i controlli ispettivi e di condividere la conoscenza di stazioni di servizio compiacenti, nonché alterando gli strumenti conta litri e di erogazione dei prodotti presenti nelle autobotti, si procuravano illecitamente quantitativi imprecisati di prodotto pretrolifero».
Secondo gli inquirenti, che nel giugno scorso hanno effettuato «prolifiche perquisizioni» a carico degli indagati, la cricca degli autisti avrebbe consegnato «denaro o buoni benzina» al responsabile del piazzale al fine di «monomettere i picchi di carico per ottenere l’erogazione di quantitativi aggiuntivi e non contabilizzati mediante l’alterazione della loro taratura». Fatto questo, il carburante sarebbe stato poi nascosti nel deposito della società Cts spa dove avvenivano anche le operazioni di trasbordo».
Il sistema. Del reato di appropriazione indebita continuata in concorso rispondono venti indagati, tra i quali 17 autotrasportatori. È leggendo il terzo ed ultimo capo d’imputazione contestato agli indagati che è possibile ricostruire il sistema “benzina fantasma”. Sì, perché se da un lato gli indagati si sarebbero appropriati di prodotti petroliferi dalla reffineria Eni, dall’altro avrebbero fatto loro anche del carburante che ogni sera restava nelle autobotti dopo aver terminato il giro delle consegne. Poi però gli indagati avrebbero anche ideato un sistema attraverso il quale «applicando un comando ad aria realizzato appositamente in base alla tipologia della cisterna, capace di forzare l’apertura della valvola di carico e forzando così i sigilli metrici e introducendo corpi estranei», riuscivano a eludere il conta litri e sottrarre altro prodotto.
Federico Lazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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