Il Tirreno

Lucca

emergenza stranieri

Cresce l'assistenza dei richiedenti asilo

di Barbara Antoni
Stranieri a lezione di italiano in una struttura di accoglienza a Lucca
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Stranieri a lezione di italiano in una struttura di accoglienza a Lucca

Non sono loro a girare chiedendo soldi nei parcheggi o per strada. Ai profughi vanno 2,5 euro al giorno. Rischio di sfruttamento

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LUCCA. Ai parcheggi nella zona dei Macelli e di porta Santa Maria sono presenze quasi quotidiane, a porta San Jacopo soprattutto nei giorni di mercato (mercoledì e sabato): tutti offrono la propria collaborazione come parcheggiatori improvvisati. Oppure li incontri nel centro storico, qualcuno propone la propria merce - ombrelli, libri, fazzoletti e altre mercanzie -, altri domandano un’offerta per mangiare. A volte insistono se la risposta è negativa, altre no. A volte stazionano fuori dai negozi, sempre per lo stesso motivo.

È un fenomeno che a Lucca arriva con ritardo rispetto ad altre città toscane quello degli stranieri in autonoma ricerca di sostegno economico. Presenze che sfuggono alla rete di accoglienza territoriale strutturata, gestita in stretta collaborazione con gli organismi governativi. Non risulta che questi cittadini stranieri soggiornino in città ma che siano, piuttosto, pendolari, provenienti per la maggior parte da Pisa e anche da Firenze, sature di venditori e parcheggiatori abusivi. E dietro a questi atipici pendolari non è escluso che possano nascondersi anche organizzazioni non legali, che li trasportano ogni giorno sul “posto di lavoro” assegnato e li sfruttano.

È quanto emerge da un’analisi sulla presenza di stranieri a Lucca condotta grazie alla collaborazione dei centri, delle associazioni e dei consorzi che operano nel settore dell’accoglienza, radicata in città grazie anche alla fitta rete di volontari che operano in sinergia con gli organismi diocesani.

Due euro e mezzo al giorno in tasca ai rifugiati. Circa un centinaio, forse qualcosa in più, i richiedenti asilo ospiti delle strutture territoriali. Arci, Ceis, Cooperativa Odissea, Gvai (gruppo volontari assistenza immigrati), cooperativa Giovani e comunità hanno in carico per periodi determinati persone che in maggioranza, dal 2011 a oggi, lavoravano in Libia e sono fuggite sui barconi quando nel paese è scoppiata la guerra. Gente che spesso ha subito il trauma del naufragio, ha visto morire congiunti e amici intorno a sé. Quella territoriale è una seconda accoglienza, dopo la prima ad opera dei centri governativi delle località italiane di sbarco dei profughi. Viene gestita con fondi europei, o del governo nazionale o della Regione. Per ogni persona è prevista una retta giornaliera di 35 euro che deve coprire tutte le spese: il cibo, l’alloggio, il costo del personale impiegato nell’assistenza (psicologi, esperti legali e di avviamento al lavoro, educatori). Dei 35 euro quotidiani, spiega Valerio Bonetti, presidente della coop Odissea, che ospita e assiste i rifugiati nella sua casa famiglia di Capannori, «ai richiedenti asilo vanno due euro e mezzo al giorno». Una cifra che il cittadino straniero ospite della coop Odissea riceve a cadenza mensile (per un mese di trenta giorni sono quindi 75 euro).

Progetti di recupero. E questi sono i più “fortunati”, quelli che a volte possono anche farcela a ricostruirsi una vita. «I nostri ospiti - spiega Bonetti - vengono in prevalenza dal Mali, da Guinea, Ghana, Somalia, Eritrea, Benin ma lavoravano in Libia e sono scappati quando è arrivata la guerra. Sono fuggiti in Europa dove hanno chiesto asilo politico. La protezione internazionale può essere concessa per un anno, due o cinque. Una buona parte ha voglia di ricostruirsi una vita, altri sono meno motivati». Il numero dei rifugiati è in aumento, conferma Bonetti. Solo una parte di quelli ospitati sul territorio rimane in zona. «Molti - spiega il presidente di Odissea - hanno in mente di andare in altri paesi, adesso in primo piano c’è la Germania, oppure in grandi città extraeuropee. Qualche volta - aggiunge - ci siamo interrogati sulla questione dell’accattonaggio, un fastidio sociale». Dietro a chi lo pratica potrebbero esserci organizzazioni? «Semmai piccole, fatte di persone che vivono insieme e legate alle contingenze», risponde Bonetti.

Avviamento al lavoro. Aziende agricole, di giardinaggio, ristorazione. Sono i settori prevalenti verso i quali vengono indirizzati i richiedenti asilo ospiti sul territorio. Come spiega Elisabetta Linati, che nel consorzio So&Co si occupa di formazione e inserimento al lavoro degli stranieri. Nel corso appena finito c’erano 16 uomini: 5 dalla Costa d’Avorio, 5 dalla Nigeria, altri sei da Senegal, Mali, Benin, Ghana. Prima di fare orientamento professionale in senso stretto, sottolinea Linati, «presentiamo il mercato del lavoro com’è in Italia. Loro arrivano qui per lavorare ma non conoscono la situazione che c’è. Li informiamo sulle regole, sui requisiti, sulla sicurezza e poi facciamo visitare loro aziende locali. Qualcunofa stage grazie al progetto Giovanisì della Regione. Insegnamo loro anche l’italiano, ma molti sono analfabeti e il compito è più difficile. Qualcuno dopo i corsi rimane sul territorio perché trova lavoro in aziende agricole, di giardinaggio e come cuoco o pizzaiolo, grazie anche al corso che abbiamo fatto nel 2013. Ma qualcuno inevitabilmente si disperde».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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