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Lucca

Vado ad aiutare i malati di Ebola

Vado ad aiutare i malati di Ebola

Il medico Miguel Lupiz, 47 anni, lucchese d’adozione, racconta la sua esperienza in Sierra Leone

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LUCCA. Risalire la corrente come un salmone, presentarsi alle porte dell’inferno, vedere l’orrore con i propri occhi. E provare a fargli uno sgambetto. Miguel Lupiz ora è arrivato in Sierra Leone, dove il virus Ebola ha ucciso più di cinquemila persone. Miguel, nato a Barcellona 47 anni fa, l’istinto per il viaggio ce l’ha nel sangue: italo-argentino di origini, catalano di nascita, lucchese di adozione, si è fermato a Livorno prima di partire per l’Africa.

Nella vita precedente lavorava come infermiere. Ha operato al Pronto soccorso, in clinica riabilitativa e in rianimazione pediatrica. Due anni fa è entrato in Medici senza frontiere, l’organizzazione internazionale che da oltre quarant’anni cerca di dare assistenza medica a chi non ne ha.

«Questa è la mia quarta missione – racconta – la prima volta sono stato in Niger, tre mesi. Poi in Colombia, nove. L’ultimo viaggio è stato in Repubblica Centrafricana, a Kabo, sessanta chilometri dal Ciad». Zone di guerra, più o meno dichiarata. «Ma questa è la mia missione più dura». Talmente dura che la prima tappa non è stata in Sierra Leone, dove Miguel è arrivato il 10 novembre, dopo essere stato a Bruxelles, per un corso intensivo. «Facciamo formazione specifica – racconta – abbiamo un ospedale da campo che simula la situazione che troveremo sul posto, sia per lavorare in assoluta sicurezza che per imparare i protocolli ed entrare in azione con la miglior preparazione possibile».

Già, perché la situazione lì è talmente dura che gli operatori si fermano solo cinque o sei settimane. Quindi è meglio arrivare pronti, per passare quel periodo lavorando con la massima intensità: «Come nell’atletica, ci sono gare di velocità e di mezzofondo. Questa è una gara di velocità». Ma la durata è pur sempre un mese e mezzo, quindi lo sprint è prolungato: non un’esibizione alla Bolt, centro metri e tutti a casa. Piuttosto un quattrocento, il “giro della morte” dove alla partenza si vedono meno sbruffoni che sorridono alle telecamere e all’arrivo sono tutti stremati. Miguel è tutti i giorni a contatto con la malattia.

Difficile capire le ragioni del suo entusiasmo, ci si aspetterebbe paura. «Mi fido dei protocolli che abbiamo, la loro applicazione ferrea mi tranquillizza. La nostra è l’organizzazione che conosce meglio Ebola». Ma ci potrebbe essere preoccupazione per la possibilità di rimanere frustrati: non esistono cure per l’Ebola. Non c’è un protocollo medico che permette la guarigione delle persone.

«Possiamo comunque fare qualcosa. Il virus colpisce dove manca l’igiene e uccide soprattutto chi ha basse difese immunitarie per la cattiva alimentazione. Noi cerchiamo di mantenere buoni i parametri vitali dei malati, per aiutarli a creare anticorpi che combattano la malattia. E formiamo il personale locale in modo che insegni alla popolazione le tecniche di prevenzione»

Sei pazienti su dieci, però, muoiono comunque. «o la penso come Patch Adams: se curi una malattia puoi vincere o perdere, se curi una persona vinci sempre. D’accordo, non esiste una cura, ma questo mi dà una spinta ancora maggiore, mi impegno di più».

I salmoni, quando arrivano alle sorgenti, muoiono stremati. I quattrocentisti, dopo aver smaltito le tossine lasciate in eredità dalla gara, scendono di nuovo in pista, schiavi della loro passione. Miguel, invece, tornerà a casa: «Arriverò provatissimo a livello fisico e psicologico. Quando rientri dalle missioni, sei esausto, le lacrime agli occhi per quello che hai visto. Ma torni arricchito».

Riccardo Rimondi

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