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Lucca

Donne beffate, in pensione fra 7 anni

Donne beffate, in pensione fra 7 anni

Centinaia di “vittime” delle circolari che modificano la possibilità di andare a riposo optando per il sistema contributivo

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LUCCA. Una doccia gelata su speranze, progetti, sacrifici. Uno sgambetto in piena regola, quella che si sono trovate a subire centinaia di donne, che si vedono allontanare di anni la prospettiva di andare in pensione: sette-otto se va bene, dieci se sono particolarmente sfortunate.

Ennesimo esempio della complicazione legislativa italiana, che sul tema delle pensioni si trasforma in vero e proprio caos di leggi che modificano altre leggi e di circolari che specificano le leggi, ingarbugliando ancora di più la situazione. Perché per capire costa sta succedendo bisogna risalire al 2004: al governo c’era Berlusconi e ministro del lavoro era Roberto Maroni. Che, nella sua riforma delle pensioni, introdusse la cosiddetta “opzione donna”: cioè la possibilità di andare in pensione anticipata avendo maturato 35 anni di contributi e con un’età di 57 anni per le lavoratrici dipendenti e di 58 anni per le autonome (poi salite a 57 più 3 mesi e 58 più tre mesi dal 2013 per il meccanismo della “speranza di vita”).

L’altra faccia della medaglia era il passaggio dal più vantaggioso sistema retributivo al contributivo: la pensione calcolata sulla base di quanto effettivamente versato. In soldoni, un taglio dell’assegno che si aggira intorno al 30%. La riforma Mar oni prevedeva che questa possibilità fosse disponibile fino al 31 dicembre del 2015.

Per il meccanismo delle “finestre mobili”, però, il godimento delle pensioni inizia dopo 12 mesi (per i dipendenti) e 18 mesi (per gli autonomi) dal momento della maturazione dei requisiti. Con una circolare l’Inps ha poi specificato che, per quanto riguarda l’Opzione donna, il termine del 2015 vale come limite per l’apertura della finestra: i requisiti, dunque, devono essere maturati assai prima. In sintesi, le circolari dell’Inps significano che le autonome che non hanno maturato i requisiti entro il maggio scorso e le dipendenti che non li matureranno entro il prossimo novembre sforeranno la finestra del 2015, perdendo di fatto il diritto al trattamento anticipato. Quindi, non rimarrà che aspettare la pensione, lavorando - a seconda dei casi e dell’anzianità contributiva - da sette a dieci anni in più.

«Un’autentica beffa - spiega Massimo Matteoni, del patronato Inca-Cgil - Fare una stima precisa di quante sono le persone in questa situazione è impossibile perché bisogna incrociare dati anagrafici e contributivi ma sono diverse centinaia. Moltissime persone sono venute a informarsi al nostro patronato e non a caso la proroga del termine del 2015 è una delle principali battaglie del nostro sindacato».

Intanto, anche la lavoratrici si muovono. E la mobilitazione passa da Facebook, con il gruppo “Comitato opzione donna”, che ha avuto origine in Romagna ma che ha fatto proseliti anche in Toscana. «Care amiche - si legge sulla pagina Facebook - come vi avevo anticipato, possiamo attivare un ricorso collettivo avverso le circolari Inps n 35 e 37 del marzo 2012, per eliminare le parti che introducono la aspettativa di vita (3 mesi) e la finestra di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e di 18 mesi per le lavoratrici autonome, con ciò escludendo chi , pur maturando i requisiti stabiliti dalla legge entro il 2015, causa l’una o l’altra circolare, si trova esclusa. Quindi il ricorso riguarda questo aspetto trasversale che interessa tutte e può essere collettivo. Non è necessario avere già una risposta negativa dell’Inps in quanto tutte abbiamo comunque interesse a che la questione si risolva per poter accedere a questa tipologia di pensionamento prevista dall’art. 1 comma 9 della legge 243 /2004 salvata dalla riforma Fornero». Fatto il ricorso si vedrà cosa decide l’Inps che ha 90 giorni per rispondere. (l.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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