La manifestazione
Maltrattamenti e stalking la fase più difficile comincia dopo la denuncia
Le avvocatesse (volontarie) consulenti dell’Associazione La Luna spiegano la complessità del sostegno alle vittime che decidono di non tacere più
Quelle che provano a salvarsi e non ce la fanno. Quelle che vivono guardandosi le spalle proprio perché hanno osato cercare una via di fuga. Quelle che alla fine, per quanto coraggio e determinazione abbiano avuto, non riescono a spezzare la dinamica della violenza. E poi quelle che, nonostante il dolore, le difficoltà e le lungaggini burocratiche, riescono a resistere nella loro decisione e a uscire allo scoperto.
Sono le donne – in prevalenza donne – che a un certo punto del loro processo di sofferenza e sopportazione cominciano a parlare.
Fanno domande, vogliono informarsi, si recano al pronto soccorso, depositano prime versioni veritiere su quello che hanno subito.
Così, d'un tratto, non sono più le scale di casa o i mobiletti della cucina a salire sul tavolo degli imputati. Ma nomi e cognomi. Età, grado di parentela, racconti, testimonianze, episodi e sequenze. E prima o poi arriva il momento anche di una consulenza legale. Separazione, divorzio, querela, denuncia, divisione, nuova vita, altra casa, lontananza, distacco, coraggio, paura.
Molte, però, tornano indietro, tante anche durante il processo.
«Una vittima che denuncia sull'onda della rabbia e dell'emotività, senza un percorso ragionato e radicato dentro di sé, rischia di vacillare alle prime difficoltà. Ne abbiamo viste diverse: donne che davanti alle domande del magistrato cedono, entrano in confusione, finiscono per contraddirsi. In quel momento tu hai perso, hai perso la possibilità che quella donna ritorni in tribunale, riprenda in mano il processo, continui per quella strada.
«Perché è talmente forte il senso di vergogna, che la vittima spesso non riesce a sopportarlo, facendo cento passi indietro e alzando muri invalicabili. Ecco perché noi non spingiamo mai sulla denuncia, non puntiamo mai subito su quell'azione. Rispondiamo alle domande che ci vengono poste e offriamo una consulenza a titolo gratuito su dubbi, curiosità, procedimenti».
Valeria Rielli, Elisa Salvoni, Simona Selvanetti e Valentina Mian sono avvocatesse, che si dividono tra il diritto di famiglia e il penale.
Tutte e quattro sensibili e impegnate sulle tematiche della violenza, in particolare quella domestica, e per questo hanno deciso di diventare le consulenti legali dell'Associazione “La Luna”.
Come volontarie. Nella loro lunga esperienza vicino alle donne in difficoltà, le quattro avvocatesse hanno visto spesso la solitudine accanto al coraggio.
«C'è la tendenza a credere che la denuncia sia sufficiente per mettere al riparo una donna o che nel momento in cui una persona decide di denunciare il più è fatto. Ma è il contrario. Proprio nel momento in cui denuncia, una donna si sente più sola, si trova in una situazione di maggiore pericolo, specie se la relazione non è ancora stata interrotta. «Nel momento in cui la vittima decide di depositare la querela deve sapere che ha appena avviato un percorso tortuoso e faticoso. Per questo siamo sempre caute e abbiamo assunto come nostro motto quello di aspettare i tempi altrui. Non possiamo sostituirci alla donna, neanche quando notiamo i lividi sulle braccia. Per noi è importante far capire che l'iter è lungo e complicato, porta alla rottura di una dinamica e alla costruzione di un nuovo equilibrio».
Ti si strappa il cuore a sentir raccontare certe storie, si rischia di diventare altro, di portarsele a casa, di inserirle nei rapporti personali e magari imboccare quella scorciatoia che ti fa dire “sono tutti uguali”. Anche se non è così.
«Non siamo terapeute e col tempo abbiamo imparato a gestire anche il nostro essere donne – continuano –. Il nostro mestiere è un altro, ci sono regole precise dettate dal codice. Certo, lavoriamo anche con la psicologa perché quando una donna vittima di violenza decide di fare denuncia vogliamo fare in modo che sia lei a mettere ordine ai fatti e alle vicende in modo organico. Ci mettiamo al suo fianco, portiamo pazienza, lavoriamo per lei e poniamo le domande necessarie per far sì che emergano tutti i passaggi. È un lavoro delicato, ma fondamentale: è l'unica strada per fare in modo che la vittima prenda coscienza di quello che ha vissuto; le facciamo scrivere il memoriale, nel quale riporta tutto quello che vuole. E ne vediamo veramente di tutti i colori: da una pagina sintetica a una biografia precisa e dettagliata che riporta giorni e dinamiche. Anche da questo si capisce quali donne abbiamo già intrapreso un processo di maturazione di se stesse e quali si trovano invece ancora in balia di suggestioni e paure.
«Abbiamo visto signore restare allibite delle loro stesse parole, come se solo nel momento della rilettura di quanto avessero scritto si fossero accorte del male sopportato. Ci siamo trovate di fronte a coppie molto giovani, donne benestanti, altre provenienti da situazioni di degrado, altre ancora colte e laureate, ma totalmente impreparate sui loro diritti, talvolta talmente ingenue da rasentare l'incoscienza. Quando si dice che la violenza è un fenomeno trasversale si sta affermando il vero, lo notiamo ogni giorno».
Referti medici puntuali e testimoni: sono questi, di regola, i documenti utili, talvolta determinanti, per un processo. Ma non solo. «Ciò che fa la differenza – concludono le avvocatesse – è la decisione della persona. E questo spiega il perché la preparazione sia così importante. Da parte nostra, una volta che l'atto da depositare è pronto, lo rileggiamo fino allo sfinimento e il testo viene arricchito o limato. Fortuna che siamo in quattro a dividerci il peso e infiniti siano gli incontri mensili tra di noi, che ci schiariscono le idee e ci insegnano sempre qualcosa di nuovo».
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