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Lucca

Le vite rinate nella casa rifugio

Le vite rinate nella casa rifugio

Ma in provincia c’è una sola struttura, con possibilità di accoglienza limitate

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LUCCA. «Cresce il bisogno di case rifugio sul nostro territorio - spiega la psicologa del centro antiviolenza La Luna Chiara Allegrini -. Perché aumentano le denunce di violenze subite. Non perché il fenomeno si sia incrudelito: è che le donne oggi si decidono più spesso a parlare, raccontano, chiedono aiuto. Ecco perché è fondamentale saper dare delle risposte, essere preparati con mezzi concreti, non solo con le parole, per affrontare e accompagnare una donna che decide di uscire dalla spirale della violenza».

La casa rifugio è un luogo estremamente protetto. Seguito da operatori, medici, psicologi. Il problema è che il numero di strutture di questo tipo è minimo. In provincia di Lucca esiste solo una struttura, che vale per tutto il territorio di Piana, Garfagnana, Versilia.

Nel 2010 la casa rifugio aveva una capacità massima di accoglienza di otto nuclei familiari. In tutto dava ospitalità a otto donne e quattordici bambini. L'anno successivo (2011) il numero totale era di 23 utenti (sette donne e sedici bambini); gli ospiti sono passati a 38 nel 2012 (diciotto donne, di cui 11 di nuovo ingresso nel corso del 2012, e venti minori). Fino ai trentadue ospiti del 2013 (diciassette minori più quindici donne, di cui quattordici di nuovo ingresso nel 2013).

«In media ospitiamo quindici nuclei familiari (considerando che spesso la famiglia è di un solo componente, la donna, appunto, ndr) - continuano le operatrici -. soprattutto donne con figli. Capita che arrivino qua solo con i vestiti che hanno addosso e niente più, specialmente quelle provenienti dal codice rosa. A volte per non farle tornare a casa, in ospedale decidono di ricoverare il bambino, così la mamma può restare ad assisterlo. Di queste storie ne conosciamo tante, lavorando in rete e in stretto contatto con il pronto soccorso, con le forze dell'ordine, con gli assistenti sociali, ci scambiamo continuamente consigli, informazioni, vicende».

Le operatrici della Luna spiegano dinamiche, situazioni, vita quotidiana di un centro anti violenza.

Gli utenti delle case rifugio sono molto diversi da quelli di un centro di ascolto. Nella casa vengono inserite soprattutto donne straniere, quelle che meno di tutti hanno legami sul territorio, che non lavorano e snon sanno a chi rivolgersi. «Iniziare un percorso di separazione e autonomia non è facile per nessuna, per le donne straniere lo è ancora meno - spiegano le operatrici de La Luna -. La lingua parlata è diversa, lo spazio si restringe alle mura di casa, la famiglia è lontana, a volte legata a tradizioni culturali (non religiose) di dominio maschile, gli amici mancano, la comunità circostante invita a risolvere il problema all'interno della coppia, la burocrazia complica le cose».

Tipologie di ingresso. Da quello in emergenza, conseguente all'episodio grave ed eclatante a quello programmato, richiesto dalla donna in accordo al servizio sociale. E quest'ultimo, di solito, presenta una permanenza più lunga nella casa, proprio perché si è maturata una maggiore consapevolezza sulla violenza ed è più radicata la volontà ad andare avanti nel percorso.

Ogni cosa ha il suo tempo e anche la casa rifugio non può essere la soluzione per la vita. C'è un'esistenza da far ripartire. Il domani che chiama e non può attendere. «Ecco perché - conclude la psicologa - insistiamo tanto sul lavoro. Le case rifugio sono luoghi importantissimi, ma temporanei. Le donne entrano, iniziano un percorso e poi escono. E quando escono devono essere pronte per affrontare il mondo circostante. Oltre all'autonomia psicologica, è fondamentale anche quella economica. Nelle case imparano a gestire una cifra di denaro che settimanalmente viene controllata. Molte donne non hanno mai gestito soldi propri, perché dipendevano in tutto e per tutto dal marito. Siamo convinte che il lavoro segni un punto di demarcazione imprescindibile tra il prima e il dopo, il lavoro aiuta anche a superare il dolore, che è forte, radicato, viscerale». La denuncia non è obbligatoria per accedere ai servizi, è importante saperlo. Ma ancora più importante è sapere che da quel momento, dal momento in cui si decide di alzare la cornetta e raccontare la propria storia, non si è più sole. E se non sei sola puoi provare a rinascere a una vita davvero normale».

Nadia Davini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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