Trasporti
Dal “Codice rosa” l’uscita dal tunnel
Il centro di assistenza nel pronto soccorso si prende cura delle donne maltrattate riuscendo spesso a salvarle
LUCCA. Karima arriva al pronto soccorso in forte stato di agitazione. Ha 21 anni, non parla l'italiano, è marocchina, e dell'Italia conosce solo le strade che ha percorso per raggiungere Lucca e i muri della casa in cui vive. Ha paura, porta con sé strani segni che subito insospettiscono gli operatori del “codice rosa”. Comincia a raccontare la propria storia, una mediatrice linguistica traduce. Sulle braccia, sulle gambe, sulla schiena ha segni di frusta, spiega che il marito la picchia con la cinghia, che non la fa mai uscire di casa, che la minaccia di morte. È decisa a denunciare, viene riconosciuta come persona ad alto rischio e dal pronto soccorso procedono con l'inserimento in casa rifugio. In Marocco non vuole tornare, a Lucca non può restare. Si sa di una zia che abita in Francia e che sarebbe disposta ad accoglierla. La rete territoriale si mette alla ricerca di una piccola somma per comprarle il biglietto per il viaggio, il comune di residenza risponde positivamente, la cifra è accordata. È tutto pronto, Karima può partire. Col suo bagaglio di sofferenza e un'età che le permette ancora di immaginare un futuro. Quella di Karima è una storia a lieto fine, nella quale il percorso di separazione e autonomia si è compiuto. Un percorso che, però, non è per niente semplice. E non tutte ce la fanno: c'è chi dopo una notte in casa rifugio decide di chiamare il compagno, chi scappa e non lascia traccia di sé, chi torna sui propri passi, innescando una spirale incessante e patologica, che lega vittima e aggressore in una relazione malata, ma “speciale”. Lo spiega bene Mirella Cavani, responsabile dell'Asl per la zona distretto assistenza sociale della Piana. Confessa che i primi pregiudizi da distruggere sono quelli che albergano dentro ognuno di noi, perché «alla quarta volta che vedi la stessa donna arrivare in ospedale piena di segni e poi tornare a casa, ti viene da dire: “Ma come, se ne torna a casa? Allora se la cerca!”. È naturale, e quando lo pensi quasi ti vergogni. Poi inizi a studiare, ti informi, segui corsi di aggiornamento, ti confronti con i colleghi e capisci presto che ogni storia è a sé, che la formazione è tutto». Riconoscere significa salvarsi. È nel momento in cui si intravede un'alternativa che l'atteggiamento violento, fino ad allora subito, diventa inaccettabile e viene finalmente nominato come tale. «Si chiama ciclo della violenza – continua Cavani –. Si parte da quella che viene identificata come luna di miele, con corteggiamenti, premura, dolcezza. Piano piano cominciano le limitazioni, le ossessioni, le prime scenate di gelosia. Poi l'isolamento, le offese, l'alienazione fino all'esplosione della violenza. A cui fa seguito la richiesta di perdono e di nuovo la luna di miele, il corteggiamento e così via in un circolo vizioso continuo, che paradossalmente rinforza il legame, lo salda all'interno di una spirale malata, ma stretta. La donna aspetta. Aspetta che le botte finiscano, che le ferite si cicatrizzino, che il marito torni a essere quello che era, quello affettuoso, innamorato, quello dei ricordi belli. Gli stessi ricordi belli che ti affollano la mente quando sei in casa rifugio e hai appena intrapreso il percorso di allontanamento. Ecco perché alcune scappano o chiamano di nascosto il compagno e si fanno venire a prendere, nonostante il divieto di rivelare l'indirizzo del posto in cui si trovano. Ed ecco perché la maggior parte delle donne che si siedono qua davanti a me partono col raccontare il proprio rapporto come una relazione felice. Quando arrivano a narrare la violenza succede che si sorprendano loro stesse. Il nostro ruolo è quello di riuscire a trovare il modo per far emergere nella vittima gli strumenti perché possa decidere del proprio futuro».
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