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Martedì compie 108 anni la nonnina di Lucca

Martedì compie 108 anni la nonnina di Lucca

Si chiama Daria Maffei e abita a San Quirico di Moriano è autosufficiente e possiede un’ottima memoria. I figli sono tutti ultrasettantenni

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LUCCA. Abita a San Quirico di Moriano, la nonnina più longeva di Lucca che compie oggi 108 anni. Classe 1906, Daria Maffei, è nata il 24 giugno ed è attualmente una tra le poche testimoni ancora in vita delle due guerre mondiali. Un’esistenza, quella dedicata alla famiglia e all'impegno nei campi, costellata da tragici lutti, che non le hanno però mai fatto perdere la voglia di andare avanti. Una di quelle donne forti, vecchio stampo, di quelle che non temono il sacrificio, in grado di rialzarsi sempre, di rimboccarsi le maniche, di remare anche con il vento contrario.

Ormai, non ricorda più quanti anni avesse quando iniziò a coltivare la terra. Era una bambina, l’unica femmina di cinque fratelli, cresciuta molto in fretta dopo la morte del padre, avvenuta mentre la madre stava dando alla luce l’ultimo dei suoi figli. Accadeva cento anni fa. Il papà si chiamava Eugenio e suonava la campana della chiesa per tutto il paese, quando la corda, che era solito tirare ogni giorno, lo agganciò spingendolo giù. Fu un attimo. La gioia di una nuova vita veniva travolta dal dolore di quella tragica perdita. Toccava alle donne, a quel punto, prendere in mano la situazione.

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Daria e sua madre non si concessero il tempo per perdersi d’animo. Trovarono la forza di ripartire da zero, da quella striscia di terra che ancora oggi appartiene alla loro famiglia e che le generazioni successive proseguono a coltivare con lo stesso riguardo e la stessa cura. Racconta volentieri della sua infanzia, la nonnina di Lucca, anche se qua e là, i ricordi si fanno a tratti sbiaditi. L’esempio della mamma che, per arrotondare, si divideva anche fra il lavoro di sarta e quello di colf, è ancora vivo dentro di lei. «Era brava – sostiene – precisa, adorata da tutti». Li hanno cresciuti insieme quei quattro bambini, che Daria non ha più visto dopo la partenza dei giovani per l’America. Come un flash, le tornano in mente le lunghe camminate di uno di loro, che raggiungeva a piedi Ponte a Moriano solo per andare a comprare la carne. Daria non lascia il paese da quasi cinquant’anni: le piace la sua routine, circondata dagli affetti dei parenti più cari con cui spesso siede sul divano di casa per renderli partecipi delle esperienze passate.

Non sempre narra della guerra. Una timida emozione la coglie ripensando a quelle tavolette di cioccolato che le regalavano gli americani, dopo aver allestito una cucina di fortuna nella corte della sua abitazione. Erano gli anni ’40, quando nascondeva gli amici nel sottotetto per aiutarli a sfuggire alla furia tedesca, quando i soldati armati, facevano irruzione battendo con la scopa sul soffitto con l’orecchio teso a spiare i rumori. Allora, Daria, aveva già conosciuto il marito Carlo Massagli con cui si era sposata nel 1933. Poco dopo, il viaggio di nozze a Roma e la nascita dei figli, che oggi hanno quasi ottant'anni. Erano tre, prima che nel 1994, un male incurabile spezzasse l’esistenza di uno di loro. Da allora, ci sono Guido e Dino ad occuparsi di lei, insieme alla nuora Marinella Poli, alle nipoti Silvia e Gisella e al bisnipote Giuseppe. Carlo se ne è andato nel 1990, ad ottantotto anni.

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Una vita intensa, quella di Daria, che l’ha resa l’instancabile donna di oggi. Lucida, energica, così tanto da affrontare, con la determinazione di sempre, due interventi alle anche soltanto due anni fa, a distanza di tre mesi l’uno dall'altro. «Perfino i medici sono rimasti stupiti quando l’hanno vista camminare». Quasi fosse la metafora della sua vita, Daria si è da subito rimessa in piedi con la medesima voglia di guardare avanti. E così sorge spontaneo chiederle quale sia il segreto. «La fortuna e l’alimentazione», risponde. Nella sua dispensa non c’è traccia di scatolette e cibi confezionati. Solo prodotti naturali, quelli della terra. «E poi - continua ridendo – un bel bicchiere di vino al giorno, di quello che produciamo in famiglia e, per finire, anche un caffè corretto».

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