Il dolore
Il killer Armillaria che mina i tronchi
Tutti gli alberi storici spezzati dal vento erano ammalati L’agronomo Lunardini: trovare più fondi per curarli
LUCCA. Il profumo intenso di legno di cipresso, tutt’intorno la casermetta di San Regolo e fin sulle Mura, è il segno più immediato e tangibile di qualcosa di inusuale. Come lo sono i gruppi di spettatori che si avvicendano di ora in ora sulla cortina delle Mura sopra San Regolo e l’Orto Botanico. Lo spettacolo degli alberi spezzati, del giardino monumentale offeso, del tetto della casermetta imbarcato dal peso del tronco ripiegato del cipresso secolare da cui si sprigiona il profumo, degli operai al lavoro per rimuovere le vittime della tromba d’aria dell’altro pomeriggio non se lo vuole perdere nessuno. Tutti ne portano a casa un pezzo, con uno scatto o un video che sia.
Furia degli elementi a parte, la causa di quei tronchi spezzati ha un nome: si chiama Armillaria. Un fungo - spore disperse nell’ambiente dai comuni funghi pioppini o chiodini che dir si voglia - che ha preso casa all’Orto Botanico e si è riprodotta, è entrata nei tronchi degli alberi storici, in molti casi secolari, li ha prima infettati e poi corrosi nel tronco.
«Da circa un anno e mezzo a questa parte - spiega il dottor Francesco Lunardini, agronomo dell’Opera delle Mura e componente del cda dell’ente - abbiamo cominciato con i trattamenti per combattere l’armillaria, a base di un fungo antagonista. Ma perché facciano effetto ci vuole tempo. La tromba d’aria non ci voleva. Se i trattamenti fossero iniziati dieci anni fa, quando già se ne parlava, sarebbe stata tutta un’altra cosa».
Tutti gli alberi storici dell’Orto Botanico sono sotto cura. Nel caso del cipresso Pyramidalis spezzato (età oltre i cento anni), il fungo (detto anche “carie bruna”), mostra Lunardini, aveva attaccato il tronco. Che infatti in più punti è scuro e come sbriciolato, molto diverso dal legno chiaro nei punti sani. Nel caso della Sophora japonica (ottant’anni all’incirca), come in quello dell’albero “dell’uva passa” (Hovenia dulcis), all’incirca cinquantenario, il fungo aveva attaccato le radici: per questo le piante sono cadute a terra praticamente sradicate dal terreno. E le radici infatti mostrano i segni della stessa malattia del tronco del cipresso.
È lunga la lista delle piante devastate dalla tromba d’aria. E il giorno dopo si fa la conta dei danni. In alcuni casi, come in quello dell’olivo odoroso (Osmanthus fragrans) che dovrà essere in parte tagliato lo salva il fatto che si era già riprodotto da sé: alcuni rami hanno messo radici nel terreno e ne sono nate altre piante. L’obiettivo, spiega Lunardini, è portare al biologico tutti gli interventi sulle piante.
«Occorrerà - continua - che gli enti interessati comincino a pensare che la cura degli alberi non è un intervento rinviabile, ma una priorità assoluta. Io e il mio staff vorremmo controllare anche gli alberi dei parchi e delle scuole. Ma servono forze, fondi economici e persone».
Si lavora senza sosta il giorno dopo la furia della tromba d’aria per rimettere l’Orto Botanico in sicurezza. Per tagliare tutti i rami spezzati, per individuare quali piante dovranno essere immediatamente sottoposte a perizia per verificarne la stabilità. «È importante trovare fondi per combattere l’armillaria - conclude Lunardini -. In un anno spendiamo duemila euro per i trattamenti. Sembra una cifra limitata, ma anche trovare questi fondi oggi sembra impossibile».
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