Proteste
Portantini, no ai turni massacranti
Gli operatori del San Luca denunciano una situazione insostenibile. Non riconosciuta la qualifica
LUCCA. Da oggi chiamateli Charlot. Non più portantini, operatori ausiliari o ausiliari sanitari. Ma solo Charlot, l'operaio meccanico protagonista di Tempi Moderni: rispondi al telefono, corri in reparto, prendi il letto, portalo alla diagnostica. Squilla il telefono, rispondi al telefono, raggiungi la sala operatoria, corri in pronto soccorso e di nuovo in reparto. E così via per diciotto ore di seguito. «Magari fosse un film, invece è proprio la nostra realtà quotidiana – spiegano –. Non siamo più persone, siamo macchine. Non siamo più operatori sanitari, siamo operai della catena di montaggio».
Turni massacranti. Parlano gli ausiliari sanitari - così si chiamano - del San Luca, in stato di agitazione da diversi giorni per le condizioni in cui si trovano a lavorare. Sono gli stessi del Campo di Marte, ora però dipendono da Manutencoop. «Non abbiamo le stesse qualifiche – continuano –. Ci hanno assunto come ausiliari sanitari, quindi le nostre mansioni sono quelle di trasporto del paziente da un reparto all'altro, da un reparto alla diagnostica, dal pronto soccorso alla diagnostica o al reparto. E basta. Siamo tutti qualificati Oss perché abbiamo studiato e fatto i corsi necessari, ma tutta questa fatica, tutta questa aspettativa è andata a morire. Noi siamo qualificati per garantire anche l'assistenza e la sorveglianza del paziente. Questo però accadeva prima, quando eravamo al Campo di Marte. Ora dobbiamo solo trasportare letti e barelle, e anche salme. Sì, anche i morti. E se dovesse morire qualcuno di notte, nel turno che va da mezzanotte alle sei del mattino, ci troveremo a trasportare morti nella totale solitudine, perché in quella fascia oraria c'è solo un ausiliare in servizio».
Qualifica vana. Sono qualificati Oss, ma al San Luca non devono neanche toccarlo il paziente, perché sono stati assunti come semplici portantini. A 16 ore settimanali invece che a 38, come facevano al Campo di Marte. A dirla tutto, non sono neanche gli stessi del Campo di Marte, visto che nel passaggio di appalto si sono perse dieci persone. Oggi in cassa integrazione, in attesa di essere riassorbite dalle aziende che vinceranno l'appalto per le cure intermedie. «Quando siamo stati assunti da Manutencoop eravamo 22 – continuano – dopo poco siamo scesi a 19, perché due sono in maternità e una è andata in aspettativa. Dopo la prima settimana, una persona ha dato le dimissioni; passano altri sette giorni e un'altra, che faceva questo lavoro da 25 anni, si licenzia. Ora sono giorni che in diversi stanno mandando il certificato, mentre una persona si è infortunata. Conclusione: siamo 14 persone attive ogni giorno. La nostra giornata tipo inizia alle 6 della mattina. Essendo in 14, sono saltati tutti gli orari: lavoriamo oltre il nostro turno, facciamo continui viaggi trasportando i pazienti, ci dividiamo da una zona all'altra dell'ospedale e siamo sempre di corsa. Certe giornate siamo solo in 3 in tutta la struttura, altre volte arriviamo a 5. Di regola bisognerebbe essere due per piano, quindi 8 la mattina e 6/7 il pomeriggio; per il turno 24-6, c'è una sola persona. Ma anche questo dipende da quanta gente arriva al pronto soccorso. Ci troviamo a fare da jolly tra i vari reparti, a correre per raggiungere la sala operatoria e poi a correre di nuovo se ci chiamano in pronto soccorso o in radiologia. Ci hanno dato solo due divise, che dobbiamo lavare a casa perché non abbiamo neanche la lavanderia interna. Non ci hanno dato neppure le scarpe e neanche lo spogliatoio: ci cambiamo tutti insieme, donne e uomini, in una stanzetta e stipiamo borse e vestiti in un armadietto (questo problema è stato risolto dall'Asl come diciamo sotto, ndr). I cambi turno non esistono più. Ora, col fatto che siamo pochissimi, chi arriva raggiunge il collega del cambio turno in corsia o in camera e gli chiede i servizi da fare. Tutto davanti al paziente, senza tutela, senza premura».
I pazienti. «Con gli orari che ci impongono sono trattati come sacchi di patate: durante il giorno facciamo il pieno di lavoro con le urgenze, poi, appena abbiamo un attimo di tempo, ci occupiamo dei trasferimenti. Essendo pochi, e dovendo fare i trasferimenti in due, succede che i pazienti aspettano ore prima di essere trasferiti o magari restano più tempo in un reparto (tipo terapia intensiva), occupando – di fatto – un letto che potrebbe servire in caso di emergenza. Anche per questo motivo si stanno creando delle tensioni con i dipendenti dell'Asl, sopratutto in sala operatoria. Nei reparti va un po' meglio, però in generale ci sentiamo trattati come l'ultima ruota del carro». Di contratto dovrebbero lavorare 16 ore settimanali, per uno stipendio indicativo di 500 euro al mese (contro i 1200/1300 euro di prima). Ma trovandosi a lavorare in quattordici, fanno molti straordinari, arrivando, nella sostanza, a 36 ore a settimana. «Però ci pagano le ferie, la malattia e i contributi sulle 16 ore – concludono – chiediamo di essere assunti full-time e di avere mansioni certe sul protocollo».
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